L’Italia si è svegliata questa mattina con le pagine dei giornali dedicati al volley femminile di pallavolo, ultimo oro della spedizione azzurra. Sembra, a leggere i commenti entusiastici, che abbia compiuto il miracolo di compattare il paese. La Nazionale Arcobaleno, guidata da un allenatore straniero esule anche per motivi politici, è diventata il simbolo dell’Italia e i complimenti di tutto l’arco costituzionale sono lì a certificarlo.
Diverse storie di questa Olimpiade fissano la regola aurea: quando la politica segue lo sport si compiono i miracoli, quando lo sport segue la politica accadono i disastri.
Mi spiego meglio.
E’ evidente che la storia di Imane Khelif e Angela Carini sia stata una manipolazione politica, a uso e consumo dell’elettorato. Qui a Parigi hanno avuto difficoltà a capire il problema dei nostri poveri politicanti, passati da queste parti per fare la propria eterna campagna elettorale. Le pressioni, i commenti, le fake news, il corollario solito di una politica da quattro soldi ormai dominante in tutto l’occidente, hanno riempito pagine di giornali e social. Come se non ci fossero altri problemi più importanti da trattare. Le pruderie italiche, soprattutto quando c’è di mezzo il sesso e la cultura woke, scatenano le peggiori esternazioni. Per questo la vicenda umana di Khelif e la cerimonia di apertura dei Giochi sono sembrati l’occasione ideale per costruire favole per stolti e social (che sono, a mio avviso, interconnessi).
Il risultato è stato che i liquami dell’agone politico hanno inquinato l’evento sportivo, che la Senna nel confronto risulta limpida e cristallina.
Flaiano ricordava che l’italiano è sempre pronto a salire sul carro dei vincitori. I nostri rappresentati in Parlamento non sono avulsi da ciò, ma per il principio della rappresentanza ne sono anzi la massima espressione. Così accade il miracolo in apertura. Velasco e Paola Egonu schiacciano gli USA e l’Italia si scopre orgogliosamente arcobaleno. Anche le poche frasi uscite male, come quelle del povero Vespa, infondo non sono che un omaggio alla vittoria delle ragazze.
Con il successo del volley, la chiesa torna quindi al centro del villaggio, ovvero lo sport detta emozioni, sentimenti, sensazioni. La politica politicante si adegua e si allinea. Mi auguro che l’impresa della pallavolo femminile riesca un po’ a cambiare l’Italia e il nostro (nel senso collettivo) provinciale modo di pensare.
Scrivo queste righe al termine di un’avventura di venti giorni aperta con la cerimonia di apertura in occasione della quale mi ponevo una domanda: ne è valsa la pena?
Una cara amica, che non vedo da anni, lette quelle righe mi ha scritto: “Certo che ne vale la pena: con i limiti e i problemi di un grande evento, qui a Parigi si sono messi in cammino verso qualcosa. Da noi, in Italia, non accade.” Ha ragione, anche se la mia domanda non era legata alle Olimpiadi in generale, ma solo alla cerimonia, che aveva fermato e desertificato Parigi. Un altro caro amico mi ha ripreso: “Aspetta la fine per giudicare…”. Siamo al termine di questa narrazione e penso che debba ai miei pochi lettori una risposta.
Vista da dentro, sì, valeva la pena. Non per i risultati e le vittorie. Neanche perché alla fine la grandeur francese ha fortificato il suo animo derelitto per tutto quello che succede nel mondo e per il quale, Francia come l’Occidente tutto, non è più in grado di fare nulla.
Valeva la pena perché ad ogni angolo di strada mi fermava un bambino e mi chiedeva una pin, con l’inglese stentato della sua giovane età, ma con gli occhi meravigliati per uno spettacolo incredibile.
Valeva la pena perché Parigi è apparsa più bella delle altre volte e, soprattutto, i parigini più simpatici, che per la cultura complessiva mondiale questo è un arricchimento non da poco.
Valeva la pena perché la rete ferroviaria esisteva già e ti fa pensare che a Roma una cosa simile non sarà possibile prima di trecento anni e forse, quando sarà, i treni non esisteranno più. I Giochi l’hanno messa in ordine ed è stato il mezzo di trasporto preferito per la famiglia olimpica. Strade meno intasate e tempi di percorrenza certi. Anche per il sottoscritto che ha passato la maggior parte del tempo a fare su giù da oltre Versailles alla Torre Eiffel.
Valeva la pena per un pubblico, quello francese, latino quanto basta ma sempre negli ambiti della compostezza e del rispetto. Credo che il modo di tifare rappresenti la pancia di un popolo e aiuta a capirlo. Il tifo francese si concretizza fondamentalmente in due modi: “Allez le blues” ripetuto ritmicamente e il nome di battesimo del beniamino di turno, cadenzato. Per capirci, è come se nei nostri stadi si sentisse: “Gio-van-ni”, oppure “Mi-che-la” e via dicendo. Mi sembra una cosa molto bella, perché limpida e ingenua. Traspare l’anima rurale della Francia, quella sorridente e orgogliosa, educata e appassionata, disponibile e accogliente.
Ascoltando questo quasi infantile modo di tifare, ho pensato che infondo questa olimpiade ha compiuto il miracolo di capovolgere il famoso centralismo francese in cui Parigi è tutto, e il resto del paese segue a ruota. Negli stadi, sugli spalti, lungo le strade, ho percepito invece la presenza genuina e schietta di un intero popolo, che si è dato appuntamento nella sua capitale per l’evento del quadriennio. Per loro sicuramente ne è valsa la pena.
E se è stata una festa per tutta la comunità che l’ha ospitata, allora vuol dire che questa Olimpiade è stata un successo.
Si, ne è valsa la pena!

