Olimpiadi 2020: l’orgogliosa diversità dell’Arrampicata Sportiva

Olimpiadi 2020: l’orgogliosa diversità dell’Arrampicata Sportiva

La pagina FB della Federazione Internazionale di Arrampicata Sportiva saluta il 10.000 “mi piace” al sogno olimpico.

L’Arrampicata sportiva è la cenerentola delle discipline inserite nella short list degli sport in predicato di entrare nel programma olimpico alle Olimpiadi 2020. La Federazione Internazionale, presieduta dal piemontese Marco Scolaris, è nata soltanto nel 2007 da una costola dell’UIAA (federazione internazionale che organizza le attività alpinistiche). Nel giro di pochi anni ha bruciato le tappe: riconoscimento provvisorio del CIO nello stesso anno e membro permanente ed effettivo nel 2010.
L’Arrampicata, come sport, ha una data di nascita, il 5 luglio del 1985, quando i migliori climber si diedero appuntamento a Bardonecchia in una competizione da svolgersi su identiche difficoltà. Ma prima di quella data, che molti climber ancora raccontano come un evento memorabile, al pari di Woodstock per la generazione del ’68, questa disciplina aveva da tempo cominciato una lenta “discesa” dalle cime innevate. Prima era l’alpinismo, poi l’alpinismo estremo senza l’ausilio di aiuti, quindi la ricerca del grado difficoltà in parete indipendentemente dall’altezza, quindi il freeclimb, uno stile di vita e di contatto con la natura che ancora conserva una modernità a dispetto degli anni, infine l’Arrampicata sportiva. Ovvero arrampicarsi al “top” in concorrenza con avversari, su un campo di gara uguale per tutti. La sfida contro l’avversario prevale su quella contro se stessi.
Eppure, dopo tanti anni in cui le Federazioni nazionali e quella internazionale (IFSC) hanno cercato di far comprendere al movimento l’importanza dell’aspetto agonistico e sportivo rispetto a quello amatoriale e esistenziale, l’Arrampicata punta proprio sul suo passato per far breccia nel cuore degli membri CIO. “Se siamo relativamente pochi – ha avuto modo di dichiarare Scolaris – rispetto ad altre discipline storicamente più antiche, è anche vero che la platea dei nostri praticanti è molto superiore a quella censita. Noi interloquiamo con il mondo della montagna, con gli alpinisti, con gli amanti del trekking, con gli appassionati della vita all’area aperta. Siamo uno sport che ha un legame particolare con una buona parte di popolazione mondiale per nulla rappresentata dagli attuali Giochi. Questo è un argomento che i membri CIO tengono molto in considerazione.” Lo tengono in considerazione sicuramente le grandi aziende sponsor dei Giochi che hanno iniziato a mettere gli occhi sul grande mondo dell’attività sportiva outdoor, sovrapponendosi ad aziende strutturate da tempo e con una solidità economica. Lo sport all’aria aperta, di cui l’Arrampicata sportiva suo malgrado ne rappresenta perfettamente lo spirito, è uno dei settori commerciali più promettenti, vista l’attualità dei valori culturali ad esso associato.

Anche dal punto di vista tecnico l’Arrampicata sportiva è l’unico sport, tra quelli presenti nella short list, che non ha simili negli attuali programmi olimpici. Non è assimilabile ad alcuna disciplina dei Giochi invernali e ha soltanto vaghe assonanze (nella preparazione atletica e nell’uso della magnesite) con gli sport di forza (ginnastica e pesi). Lo spettacolo che il movimento arrampicatorio (ancora ridotto rispetto ad altri, circa 80 nazioni aderenti all’IFSC) è stato in grado di fornire negli ultimi due Mondiali è di quelli che lasciano stupefatti. Le gare sono facilmente comprensibili, i tempi contenuti, i costi di realizzazione degli impianti anche (basta una parete e tante prese).
Insomma gli ingredienti per vincere ci sarebbero tutti, se non fosse per…
L’Arrampicata sportiva vive lo stesso problema che mina la credibilità del Roller, versione skate. L’ambiente è poco propenso a farsi regolamentare dalle regole del CIO e molte Federazioni nazionali sono poco interessate ad una eventuale promozione olimpica. Si racconta che alla notizia dell’ingresso nella short list, nessun presidente di Federazione (si era ad un congresso mondiale) ha gioito. Il mondo dell’arrampicata è freddo nei confronti di una simile ipotesi. Alcune federazioni non sono riconosciute dai rispettivi comitati olimpici, mentre altre sono ancora sezioni del Club Alpini. Il legame con la montagna è talmente forte che rischia di far passare in secondo piano lo sviluppo dell’attività agonistica. Ancora oggi i migliori interpreti della specialità preferiscono un 9a (parete di altissimo grado di difficoltà) rispetto ad un titolo mondiale. Prova ne è Adam Ondra talento indiscusso e il più forte climber attualmente in circolazione che quest’anno si è dedicato all’attività outdoor a scapito dei Mondiali e della “plastica” (come disdegnosamente vengono definite le pareti artificiali sulle quali si compete). Tutto questo rischia di far apparire la candidatura ai Giochi come prematura e soprattutto in grado di minare la credibilità stessa dei Giochi Olimpici, che pretendono il massimo rispetto attraverso la presenza dei migliori interpreti (altrimenti fuori, vedi il Baseball).
Inoltre è difficile credere che il CIO si possa concedere di fa passare avanti un movimento appena giunto alla ribalta internazionale a scapito di altri che da tempo scalpitano per un posto alle Olimpiadi.
L’Arrampicata sportiva, nella sua orgogliosa diversità, rischia di perdere un treno che potrebbe non passare più.

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