Parigi Roubaix 2015 nel segno di Wiggo

Parigi Roubaix 2015 nel segno di Wiggo
Parigi Roubaix, Bradley Wiggins

Bradley Wiggins

Raccontare la Parigi Roubaix è un sogno, o un inferno, dipende dai punti di vista. C’è stato un periodo, neanche tanto lontano, in cui i “signori” del ciclismo, ovvero i più forti del momento, si tenevano lontano da questa corsa: “troppi rischi, troppa fatica”. Come se andare in bicicletta sia una cosa per compassati lord inglesi…
Il ciclismo (lo sport) è fatica, fango, sudore, velocità e rischi; è l’ebbrezza del vento e delle intemperie; è la voglia di colmare distanze che “sembravano infinite” (cit. Guccini); è “muscoli d’acciaio e poesia” (cit. De Gregori); è passato e futuro. Insomma il ciclismo è la Parigi Roubaix. Per questo l’ultima follia del ciclismo resta la corsa più vera. Forse non la più difficile (per questo ci sono la Liegi-Bastogne-Liegi e il Giro di Lombardia), né la più bella (altrimenti il Fiandre cos’è?), neanche la più affascinante, superata in suadente vertigine dalla Sanremo. Ma la più vera sicuramente. Vinci la Roubaix ed entri nella storia. Anzi nella leggenda. Come dicevano i vecchi cantori di questo sport, non c’è un campione che manca alla Roubaix, ma una Roubaix che manca ad un campione. Insomma se vuoi essere immortalato nella gloria sempiterna di uno sport che ha qualcosa come 150 primavere, allora devi almeno una volta aver assaggiato queste pietre. E domarle.
Allora torniamo a quel tempo recente, in cui i campioni (o presunti tali) si tenevano lontani dall’Inferno del Nord. Da Indurain in poi, fino ad Armstrong. I tempi di un ciclismo malato, non solo per certe sciagurate frequentazioni, ma per la mancanza di rispetto nei confronti della propria storia. Di cui la Roubaix è parte fondamentale.
Dicevamo che la Roubaix non è una gara per Lord, ma in realtà ci sbagliamo. Un uomo, un campione di adesso e di altri tempi insieme, il quinto (o sesto, settimo, dipende dai punti di vista e da quanta frequentazione avete con gli altri sport) Beatles, sir Bradley Wiggins ha deciso che domani, sui sassi del pavé, dirà “addio” al ciclismo su strada. Ha scelto come palcoscenico per la sua ultima recita il più bello e difficile, quello in cui è impossibile prevedere l’esito. Comunque andrà sarà un successo, per la carriera di questo grande campione che solo sette mesi fa ha vinto il suo ennesimo titolo mondiale, a cronometro, e che ha deciso di chiudere alla grande con il ciclismo alle Olimpiadi di Rio, su pista. Insomma un corridore di altri tempi, come facevano i Coppi e Anquetil, che si dividevano tra giri, mondiali di inseguimento e record dell’ora. La sua lotta contro il destino, l’età e un gruppo agguerrito di giovani leoni è più di una metafora della vita… è la vita stessa, con i suoi riti, le sentenze, le cerimonie. Quella di commiato di sir Bradley rappresenterà certamente l’elemento più interessante di una corsa che vivrà il 113° atto.
E’ gli italiani? Il nostro ciclismo conserva con la Roubaix un rapporto di odio amore. Amore cominciato con le imprese di Garin, quando lo spazzacamino era ancora italiano, e quelle dei fratelli Coppi, per cui la Roubaix è stata gloria. Continuato con la splendida tripletta di Moser e le imprese di Franco Ballerini. Odio perché il ciclismo nostrano, soprattutto a cominciare dagli anni ‘70, è stato il primo a considerare questa corsa un “unicum” del calendario, alla quale partecipare in alternativa al resto della stagione. Siamo spesso stati poco rappresentati (anche se bene, dal punto di vista della qualità) ed anche nella corsa di domani gli italiani al via saranno pochi.
Ci sarebbe piaciuto vedere all’opera un campione come Nibali, che ha dimostrato di essere uomo da Roubaix in occasione del Tour dello scorso anno, quando proprio su queste pietre ha costruito il successo finale, costringendo alla resa Froome e lasciando a 2 minuti uno spaesato Contador. Ci sarebbe piaciuto e speriamo un giorno di vederlo. Magari non tanto lontano.
Intanto godiamoci domani l’addio di Bradley Wiggins…

AU

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