Parigi Roubaix: la catarsi del ciclismo

Parigi Roubaix: la catarsi del ciclismo
Parigi Roubaix 2013

Parigi Roubaix 2013

L’ultimo in grado di vincere Roubaix e un Grande Giro è stato Sean Kelly, primo nell’Inferno del Nord 1984 e 1986 e della Vuelta nel 1988. L’ultimo a vincerli nello stesso anno Bernard Hinault, 1981: Roubaix e Tour de France, il suo terzo. Sulle spalle, in entrambi i casi, aveva la maglia iridata, tanto per rendere la questione ancora più solenne. Il “Tasso” è stato anche l’unico che può vantare uno score del 100% nella corsa più dura e massacrante che il ciclismo moderno ha la pazzia di conservare. La corse, detestandola e forse temendola, una sola volta. Tagliato il traguardo disse: “Mai più!”. Così fu, non ci tornò più.
Perché lo fece? Perché mancava la Roubaix al suo sontuoso palmares. Perché la corsa francese da 26 anni non aveva un francese in grado di domarla. Perché la grandeur transalpina era messa a dura prova da un certo Francesco Moser, capace di approdare da quelle parti quasi per sbaglio, negletto nell’Italietta (sportiva) degli anni ’80, e domare per tre volte di seguito le pietre del Nord. Perché doveva, per la sua storia, per il ciclismo, per l’onore che si deve all’unica corsa mai vinta da un brocco. Se non ci credete scorretevi l’albo d’oro. Ci sono tutti. E quelli che mancano vuol dire che stavano un gradino sotto.
Per capire meglio il ciclismo moderno e per commentare correttamente le brutte storie di doping che hanno minato la credibilità di questo sport dobbiamo partire dalla Roubaix. Chi manca a quel sontuoso campionario di campioni e storie, ma è presente copioso negli ordini d’arrivo di Grandi Giri, allora è in odore… non di santità, ma di altro. Se avete un dubbio su un corridore, passato e presente, guardate l’albo d’oro della Roubaix. Se è presente, bene, altrimenti… diffidate.
La Roubaix è l’essenza stessa del ciclismo. L’anima più vera e sincera, fatica allo stato puro. Massacrante e sfibrante si può amare o odiare, in qualsiasi caso rispettare. L’hanno chiamato l’Inferno del Nord, a me appare come una catarsi per il nostro sport che ogni anno rinnova un rito purificatore.
Il fatto che nessun italiano dopo Andrea Tafi nel 1999 sia più riuscito a vincerla mostra in maniera impietosa il livello del nostro ciclismo. Ci mancano campioni, lo sappiamo e ci attacchiamo come disperati ai Pozzato e Gatto, che non sono ancora nessuno ma che, vincendola, potrebbero finalmente diventarlo. Magari un giorno un altro Moser riuscirà a sfrecciare solitario sul velodromo… se solo però ci provassero tutti con l’obbligo e il rispetto che si deve alla gloria.
Quel giorno sarebbe fausto per il ciclismo nostrano che su quelle strade ha scritto pagine indimenticabili a cominciare da Garin (italiano quando la colse), ai fratelli Coppi a Gimondi e Moser. Ancora più fausto, per il ciclismo tutto e non solo il nostro, il giorno che un vincitore del Tour tornerà a domare i sassi della Classica. Vorrà dire che il periodo nero del doping è ormai alle spalle.
Antonio Ungaro

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