La strada per sentirsi per sempre in Paradiso, per i ciclisti, è lastricata, di polvere e di fango, a seconda del meteo. È di pietra. Dove le pietre sono grandi e affilate e sono tali da più di un secolo. Custodite come reliquie. Si chiama Paris-Roubaix da 122 edizioni. Per i ciclisti il Paradiso si conquista solo passando dall’infermo. La Roubaix è chiamata infatti l’inferno del Nord.
Vincere qui è più che mai storia e leggenda. È una corsa che più di ogni altra incarna l’epica del ciclismo. Un racconto di fango, sudore, pietre e gloria. È monumento assoluto del ciclismo su strada, che domenica torna per la sua 122ª edizione, senza tanti cambiamenti. Se non uno: la vogliono i supereroi contemporanei che sono così forti e capaci da farla diventare un monumento attrattivo anche per i giovani. Quasi un miracolo.
Questa non è una corsa qualunque. È l’inferno del Nord, come la chiamano da più di un secolo. Un inferno fatto di pavé, ma non quello regolare e geometricamente più piccolo delle Fiandre: il pavé della Roubaix è irregolare, cattivo, feroce. Un selciato antico e implacabile che attraversa campagne battute dal vento, tra campi desolati e cieli plumbei. Qui non si corre: si sopravvive, si lotta, si resiste.
Vincere la Roubaix è come “andare in paradiso passando dall’inferno”. È una frase che ogni appassionato ha sentito almeno una volta, e che racconta meglio di ogni altra cosa la natura di questa corsa: chi vince qui entra direttamente nella leggenda.
Come scrive Marco Ferrera su annuariomediasport.com : “Domenica si prevedono pioggia e vento sulle strade nel Nord della Francia e la mente corre al 2021, quando Sonny Colbrelli vinse lo sprint a tre sulla pista più famosa del mondo delle due ruote, quella del Petrieux di Roubaix, davanti a Vermeersch e Van der Poel, con i tre che si presentarono irriconoscibili all’imbocco della pista, interamente ricoperti di polvere e fango, come se uscissero direttamente da una miniera. E con l’italiano ad esultare per una vittoria incredibile, con il povero Gianni Moscon, quarto, caduto a 25 chilometri dalla fine, quando stava volando verso la gloria”.
Una vittoria simbolica, quella di Colbrelli, che ha risvegliato memorie di un’Italia capace di lasciare il segno sull’asfalto (e sulle pietre) più crudeli del ciclismo. Crudele anche come il destino di questo grande corridore, costretto “dal suo cuore” ad un ritiro agonistico prematuro.
L’Italia, con 14 vittorie, è terza nell’albo d’oro dietro al Belgio (57) e alla Francia (28). Il primo a vincere fu Maurice Garin, valdostano naturalizzato francese, nel 1897 e 1898. Poi venne Serse Coppi, nel 1949, in una delle edizioni più controverse, vinta ex aequo con André Mahé. Ma poi il fratello angelo gregario di Fausto Coppi si prese il successo sorridendo. Come sapeva fare lui. Incredulo. Quasi un regalo per il Campionissimo che aveva in Serse una terza ruota anche psicologica. E quando morì tragicamente a Torino la vita di Fausto prese tutta un’altra piega.
Gli anni sessanta. Ecco l’eleganza cattiva e agonistica di Felice Gimondi, che conquistò Roubaix al primo tentativo nel 1966. Un capolavoro. Ma è negli anni Settanta che arriva l’epopea tricolore con Francesco Moser, unico a vincere tre edizioni consecutive (1978-1980). E negli anni Novanta il dominio potente e coraggioso del compianto Franco Ballerini, che fece il vuoto nel 1995 e nel 1998, prima del trionfo di Andrea Tafi nel 1999, l’ultimo italiano a imporsi prima dell’impresa di Colbrelli.
Domenica, tutti gli occhi saranno su Mathieu Van der Poel, che punta al tris consecutivo, proprio come Moser. Ma la Roubaix non guarda in faccia a nessuno. Basta un salto di catena, una buca nascosta, una curva presa male, e tutto si ribalta. Ci vogliono cuori di pietra e gambe / braccia di scorta.
“Quando arrivi in fondo non hai corso una corsa dura. Ti fa male tutto” diceva il Ballero. “Però è bellissima e se ti trovi nella tua doccia, di pietra, naturalmente, con il tuo nome, per di più, a lavare via polvere e fango che ricoprono il corpo ammaccato tutto passa e ridi di gusto. Ti senti in paradiso con te stesso”.
Pietre e foresta. Arenberg, Mons-en-Pévèle o Carrefour de l’Arbre. Una storia che non finisce mai. La Parigi-Roubaix mette alla prova il ciclismo mostrandone il suo volto più crudo e per questo più vero. Ogni anno, quando il gruppo entra nello storico velodromo di Roubaix, il mondo si ferma per un attimo. Trattiene il respiro. Poi un boato. Entrarci in solitudine è per pochi eroi.
foto apertura da archivio digitale Museo del Ghisallo

