Domani è un Giro delle Fiandre che ha un sapore speciale. Non è la Colomba, né tanto meno l’uovo di cioccolato. Per il nostro Mondo che pedala è la Pasqua del Fiandre. Le uniche curve sono quelle che salgono (e scendono) attraverso tratti di pavé del Giro più affascinante della Campagna del Nord.

E noi la Pasqua del Nord la festeggiamo devoti, come sempre, occupandoci dei ricordi. E appiccicati davanti alla tv. E non possiamo fare altro che lasciarci andare a ricordi dolci così. Come quelli che ha scritto Il Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni, che se fosse qui, adesso, nel suo Museo al Ghisallo, chiuso per Pandemia e in attesa di rilanciare a suon di vittorie, scriverebbe prima di accingersi a festeggiare con la sua magnifica famiglia la Santa Pasqua parole come queste: Si deve lottare fino alla fine. Muro dopo muro. Con la passione fra i denti. Perché la determinazione è già di per sé il premio e c’è solo un mezzo, per vincere: fatica senza sentirla, determinazione nel rispetto della strada e degli altri, devozione: al lavoro, alla famiglia. Con il sostegno della Fede.

Ecco come va festeggiata la Pasqua del Fiandre. Capite bene da queste parole perché domani, santa Pasqua 2021, con il museo chiuso per Covid-19, Fiorenzo Magni ci invita a partecipare (davanti alla tv sia chiaro) al Giro delle Fiandre forte del suo carisma e del suo esempio.

Senza testa e senza cuore non vai da nessuna parte. Diceva Fiorenzo – e spiegava bene parola per parola: Vuoto produce vuoto, zero, zero, miseria, miseria. La sua ricchezza interiore dava il valore aggiunto a un piccolo mondo antico, quello di allora, che andrebbe salvaguardato come si fa col patrimonio di un Parco Naturale nella civiltà della globalizzazione, omologazione e competizione che pensa di premiare chi vola più basso, queste parole sono di Marco Torriani, figlio del grande Patron, amico intimo (religiosamente amico di Fiorenzo Magni e di Franco Rota aggiungiamo noi). Non di rado i tre si incontravano la domenica alla Messa in San Camillo, a Milano.

Se fosse stato straniero e soprattutto se non avesse operato nell’era dei Coppi e dei Bartali, sarebbe stato un grande. Anzi un enorme. Era ferocissimo negli allenamenti, durissimo con se stesso e con gli avversari in gara. Nel 1948 vinse il Giro d’Italia e divenne il Terzo Uomo anche se sovente andava più forte di “quei due”. Vinse altri due Giri, e fu come se ogni volta avesse rivinto il primo. Magni ha accumulato gloria e rabbia, vittorie e sfortune, più di tanti altri, ma ci volle una certa fatica della pubblicistica del ciclismo per fare di lui un personaggio a tutto tondo, completo di valori oltre che di valore. Era spigoloso, scomodo, sincero sino alla violenza. Non era Coppi e non era Bartali, e vinceva un po’ troppo per non dare noia a Coppi ed a Bartali, o meglio ai loro seguaci. Cadeva, si rompeva le ossa, sembrava sempre che pagasse un tributo perché aveva osato “disturbare” la diarchia. Personaggio grande, personaggio grosso, vistoso ed avvolgente, stentoreo, chiaro. Senza nessuna ipocrisia, sempre impegnato a combattere contro i monumenti , ma cercando di alzarsi alla loro altezza, non di distruggerli. Con un discreto uso del passato, ma con tanta attualità, sempre. E queste sono parole di Gian Paolo Ormezzano.

Perché Magni, il Fiandre, il Leone e la Pasqua? Perché di questa fermezza e poesia dei valori più che mai abbiamo bisogno, per domani, ci devono sfamare e soddisfare la gola, più della colomba e anche del cioccolato. Senza sorprese che ne abbiamo già avute fin troppe.

Magni ha vinto cento corse in carriera. 3 Giri d’Italia. 3 Giri delle Fiandre consecutivi, 2 titoli tricolori, quasi tutte le classiche, 7 tappe al Tour de France, 9 giorni in maglia gialla, 6 giorni in maglia rosa, primatista mondiale dei 50 km. Milano-Sanremo 1956. Vince De Bruyne. Fiorenzo Magni è secondo a soli 122. «Il tempo è sacro. Ho vinto tre Giri d’Italia per due minuti e quattro secondi. Neppure un secondo va sprecato».

I tre Fiandre sono tre atti di una piéce teatrale che abbiamo tatuata sul cuore. Così ci sovvengono le parole toccanti di una eccellente autrice, Allegra de Mandato, nel suo Ritratto di Fiorenzo Magni. Una lettura recitata da Fabio Martinello al Museo del Ghisallo di Magreglio il 14 ottobre 2016. Ve la riproponiamo qui tutta d’un fiato. Va letta frase dopo frase lasciando correre la corsa, quella vera di domani, muro dopo muro.

Allegra de Mandato, nel suo ritratto a Magni: I ciclisti sono una cosa strana, i grandi ciclisti sono una cosa che sta a metà tra la favola e la leggenda, non ve li so raccontare come uomini che pedalano e basta, ve li riesco a raccontare come uomini che hanno attraversato la storia senza rendersi conto che stavano contribuendo a scriverla. Non so cosa sono i ciclisti ma mi tengono lì con il fiato sospeso e un groppo in gola. Sono spesso una storia che vale la pena raccontare.

C’è una storia che ha in sé la forza del ciclismo, della memoria, di quello sforzo atletico che lo senti e non te ne rendi conto ma ti sprona a capire cos’è l’agonismo. Quella storia lì voglio provarci a raccontarla.

Sono le imprese, l’Italia, il novecento, la guerra,  sono “quei due là” e tra loro c’è quello che non ti aspettavi, il terzo uomo, la storia più vicina di tutte, quello che forse se non ci fosse stato lui anche gli altri due avrebbe brillato un po’ meno, quello che dici terzo ma non è mancato di essere anche primo, quello che lo chiami leone, lo chiami terzo uomo e tutti capiscono chi è, quello che ha dato un senso alla parola agonismo e che ha creato un luogo che per il ciclismo è una casa non della memoria ma soprattutto dei sogni, un museo che respira, una nostalgia che fa volare.

La storia che voglio raccontare si chiama Fiorenzo Magni. La faccia è strana, asimmetrica, un naso da pugile, uno sguardo vivo e caparbio, quell’ironia che ti segna la faccia anche se non vuoi, un piglio che non nasconde la caparbietà e anche la follia dei grandi. Una faccia che ti racconta che il mondo è fatto di coraggio e non di sacrifici, che fa parte del mestiere del ciclista la fatica ma che è anche un gran bel privilegio vedere il mondo dal sellino di una bicicletta, bere dalle sorgenti di montagna, fare delle rinunce e macinare 160 chilometri di fuga, se tu quella fatica la fai, può succedere che Coppi ti dica che in quella tappa lì, tu “l’hai fatto morire” e il sorriso allora ci scappa tra la fatica e il sudore, hai fatto morire di fatica e sforzo atletico Coppi, beh non è da tutti anzi forse è da pochi. Chissà se non sei stato l’unico a cui l’ha detto.

Ci sono delle storie che partono dalle imprese, e in questa storia quelle non mancano di certo, ci sono tre giri d’Italia vinti, tre giri delle Fiandre vinti, tappe importanti, un soprannome che sembra fatto apposta per quell’uomo, “il leone delle Fiandre”, che il primo anno nel 1949, a quasi trent’anni alle Fiandre ci arriva solo con un meccanico e vince, poi ancora nel 1950 e nel 1951 quando si affacciano dalla porta per vedere la corsa lo sanno che c’è il leone e lui non li delude. Tripletta. Caparbietà, ironia e quel sorriso.

Però le storie sono fatte dagli uomini e le imprese non bastano se dietro non c’è la bellezza di essere difficili, con ironia, forza e senza farsi distruggere dal fango della storia, quella con la maiuscola, quella che sbaglia, che colpisce in faccia e che potrebbe abbattere. Ma non i leoni, loro lo sanno che la fatica e lo sforzo si superano, che fa parte oltre che del mestiere forse anche e soprattutto della vita.

Queste sfaccettature non si possono raccontare ma si possono sentire, le senti quando qualcuno che le ha vissute te ne parla con la voce un po’ rotta e i pensieri mischiati alle emozioni. Quando i ciclisti come gli uomini diventano amici, quell’amicizia lì dura per sempre.

I leoni, quelli hanno dalla loro, la forza del farsi amare, l’amicizia di chi sa andare oltre le apparenze, Fiorenzo Magni e Alfredo Martini sono qualcosa che in questa storia non può mancare, non può che essere un’amicizia da fuoriclasse, un’amicizia che dura tutta una vita, quelle amicizie che ti fanno ridere insieme, commuoverti e che fanno dei ciclisti uomini che non si tirano indietro per un amico e che quando lo ricordano il sorriso è a metà con gli occhi bagnati…

Cosa fa un vecchio ciclista quando non è più sulla strada? Un vecchio ciclista non saprei ma un vecchio leone salva i ricordi, salva la nostalgia, salva le storie perché sa che sono la cosa più preziosa che abbiamo e s’inventa un luogo, un museo che è molto di più che un museo, è un posto vivo, che respira, che racconta, che vive per sempre. Un leone che trova una casa per i suoi ricordi e quelli del grande ciclismo e in quella casa tutti trovano rifugio, tutti si fanno incantare dalla nostalgia buona, dagli eroi, dagli uomini, dagli amici, da quella bicicletta che Magni ha reso molto più che un mestiere, che quella faccia da caparbio folle ha trasformato in favola. Ecco io non lo so cosa sono i ciclisti, però vorrei che fossero uomini così.

Applausi e che si apra il sipario sul nuovo Fiandre. Quello della Santa Pasqua 2021.

Cresciuta alla scuola del giornalismo della gavetta, quella dei Rota nello sport, con papà Franco (firma de La Notte) e con zio Nino (firma de La Gazzetta dello Sport) è contributor di diverse testate e scrive soprattutto di sport di endurance, turismo attivo, vino, salute e anche di benessere. Ha maturato una lunga esperienza nel mondo dello sport olimpico, anche come consulente di alcune Federazioni (Federciclismo, Federazione Italiana Sport Equestri), ma ha seguito anche Pugilato, Sci Nautico, Triathlon e Scherma. Ama tutto il mondo dello sport all’aria aperta e la cultura della fatica, anche quella che ci porta a guardare con rispetto alla montagna. Ha una vera passione per la storia dello sport e del ciclismo in particolare.

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