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C’è un non detto che aleggia sugli spareggi per i mondiali di calcio che l’Italia si appresta ad affrontare domani, contro l’Irlanda del Nord, e il 31 (si spera!) contro Galles o Bosnia. Qualcosa che nessun commentatore dice ma che è evidente, proprio dal tenore delle dichiarazioni di questi giorni: cosa ci andiamo a fare ai Mondiali?
L’Irlanda del Nord, affermano i bene informati, è una formazione al pari di una squadra semiprofessionistica italiana (Lega Pro). Il paese, che per una bizza ottocentesca dello sport mondiale conserva una sua identità calcistica, è una regione di quasi due milioni di abitanti, la metà della popolazione di Roma. La Bosnia e il Galles vantano una popolazione di 3 milioni di abitanti ciascuna. Potete figurarvi quale sia il potenziale demografico, dal punto di vista sportivo, di questi paesi. Questi non dovrebbero certo impensierire una ex potenza mondiale del calcio come l’Italia, forte di circa 50 milioni di abitanti.
Eppure, nonostante queste semplici considerazioni di carattere demografico, l’Italia di Gattuso si appresta agli spareggi timorosa. Il ricordo della sconfitta contro la Macedonia del Nord (1,8 milioni di abitanti) è ancora vivo. Soprattutto vi è la consapevolezza, recondita e non dichiarata, che il nostro movimento non è più in grado di esprimere giocatori e gioco all’altezza del calcio moderno.
L’incertezza che circonda questi spareggi è la dimostrazione più evidente della crisi che attanaglia il nostro calcio. Una crisi che non sparirebbe certo con un successo contro l’Irlanda del Nord, e neanche qualora la Nazionale di Gattuso riuscisse a conquistare quella qualificazione ai Mondiali che manca ormai da due edizioni.
Perché è evidente che, pur entrando dalla porta di servizio di un evento complesso com’è il Mondiale, il destino della nostra Nazionale appare già segnato prima ancora del calcio d’inizio. Considerare un successo la qualificazione all’appuntamento negli USA, insomma, è la dimensione plastica del ridimensionamento del nostro movimento.
C’erano tempi, neanche tanto lontani, in cui andavamo al Mondiale per vincere o, quanto meno, per arrivare in finale. Adesso l’obiettivo massimo è quello di partecipare. Sic transit gloria mundi.
