
Non c’era bisogno di un campione straordinario come Tadej Pogačar per nobilitare la Tre Valli Varesine, perché — diciamolo — è già una classica vera, anche se non figura tra le cosiddette “monumento”. La Tre Valli è così radicata nel tessuto storico, sociale e sportivo della Lombardia da essere considerata, a pieno titolo, un piccolo monumento. Ma monumentale è stato, ancora una volta, il successo dello sloveno, che ha vinto alla sua maniera: da solo, per distacco, come gli capita ormai quasi sempre.
È abituato, o meglio, ci ha abituati a questi assoli in cui si misura soltanto con se stesso, con la sua fame di corsa, con quel modo di intendere il ciclismo che non conosce calcoli. Dopo le polemiche dell’era moderna — quelle che esplodono puntuali a ogni suo trionfo — sono arrivati i soliti commenti: “vince troppo”, “non lascia nulla agli altri”, “non dà spettacolo perché arriva da solo”. Eppure lo spettacolo è proprio lì, in quella fuga solitaria che diventa impresa, in quella capacità di dominare il gruppo con una superiorità disarmante.
Chi lo critica dovrebbe ricordarsi che anche Eddy Merckx, il Cannibale, non lasciava briciole a nessuno. Nel ciclismo, come in tutto lo sport, chi può vincere ha il dovere di provarci: non esiste il “lasciare fare” per galateo o per tattica di simpatia. Ciò può valere in una corsa a tappe, dove risparmiare gambe e concedere qualcosa può avere un senso strategico; ma non nelle gare di un giorno, dove il traguardo è la misura del talento e della determinazione.
E di talento, Pogačar, ne ha da vendere. Ma non fa regali ed ha ragione. Le sue ultime tre vittorie lo confermano: dopo il trionfo solitario agli Europei, conquistati con un’azione lanciata a settantacinque chilometri dal traguardo, è arrivato il capolavoro di questa Tre Valli Varesine, che lo ha visto dominare in solitaria con la naturalezza di chi appartiene a un’altra categoria.
“Al Mondiale la salita lunga era a 100 km dal traguardo e lì è partito, all’Europeo ha fatto uguale, si è messo davanti e li ha demoliti tutti”, ha detto e scritto Davide Cassani. In gruppo tutti ripetono: se ti avvicini a lui, ti bruci…
Lui vince da SOLO, tanto che la parola SOLO è diventata internazionale – grazie a Tadej Pogačar – e guarda caso “solo” è una parola italiana… un po’ come dire “gruppetto” o “gregario”. Non serve la traduzione e nemmeno l’articolo, perché questa è la lingua riconosciuta da tutti del ciclismo che “tutti” capiscono grazie ad un mezzo di informazione ufficiale: la passione.
Chi scrive, interpretando la filosofia di base che anima Sport24h.it sostiene che il campione sloveno sia da ammirare due volte, perché onora in particolare il ciclismo italiano. A volte si fa fatica a ricordarsi che non è uno di noi e chi lo critica non capisce nulla. Di Pogachar si apprezza il rispetto per la storia del ciclismo (la cultura dello sport) e la sua presenza a Tre Valli Varesine e Giro dell’Emilia (lo scorso anno) ha questo valore: sono corse storiche e lui, mostrando di esserne consapevole, partecipa e le onora nel migliore dei modi. Da anni non si vedeva un ciclista con questa attenzione a tutto il calendario.
Lo sport, il ciclismo in particolare, conosce bene la differenza tra campioni e campionissimi. Tadej Pogačar è senza dubbio tra questi ultimi. Ora tutti guardano al prossimo traguardo — il Giro di Lombardia — dove proverà, ancora una volta, a superare se stesso, gli altri, le statistiche, i record. Anche Fausto Coppi. E persino le invidie. Buon ciclismo. Questo è buonissimo.
