
Tadej Pogacar ha vinto il suo quarto Tour de France. Nella tappa di oggi ha lottato fino alla fine per regalare, e regalarsi, un successo iconico sugli Champs-Élysées, che avrebbe fornito plasticamente l’idea del dominio nel ciclismo moderno, ormai certificato nei fatti e nei numeri.
Ma prima di raccontare del valore del Piccolo Principe diventato ormai sovrano, rendiamo il giusto merito allo sconfitto Jonas Vingegaard. In questa edizione il danese ha mostrato forse il suo volto migliore, anche superiore alla versione che l’ha visto vincere per due anni consecutivi. Contro un Pogacar formato marziano, il ‘pescivendolo’ ha resistito alle terribili rasoiate, agli infiniti scatti, alle micidiali progressioni. Gli oltre 4′ di distacco sono frutto di una continua, costante e inarrestabile erosione di secondi, tappa dopo tappa.
Vingo ha bucato veramente solo la cronometro, nella quale ha concesso la metà del distacco complessivo. Si è rafforzato in salita per pagare nella prova contro il tempo. Dal punto di vista tecnico la coperta di Jonas è corta: migliora da una parte, peggiora dall’altra. Ma la vera grandezza del danese la possiamo comprendere guardando l’albo d’oro della corsa negli ultimi sei anni. Se non ci fosse stato lui, adesso Taddeo starebbe festeggiando il sesto (si, signori, sesto) Tour consecutivo. Invece è solo al quarto. A soli 26 anni!
Questo ci introduce al discorso dei numeri. Se Pogacar avesse vinto sei tour, adesso tallonerebbe da vicino il mostro Lance Armostrong, che di Tour ne ha vinti 7 anche se poi la coscienza sporca del ciclismo moderno glieli ha tolti, non assegnandoli. Apro parentesi: fa quasi pena vedere un albo d’oro con quel vuoto al primo posto (ma non al secondo e terzo)… insomma prima o poi bisognerà ragionare seriamente sulla cosa.
Comunque, facendo finta che Armstrong non sia quel mostro che tutti ormai considerano (gli stessi che si spellavano mani e lingua quando il boss era in auge), Taddeo lo starebbe tallonando e molto probabilmente in un prossimo futuro lo supererà anche. Ma sulla sua strada ha trovato un tizio che risponde al nome di Jonas Vingegaard, un altro che senza Taddeo adesso avrebbe fatto ingresso nell’esclusivo club dei top five. Arriviamo infatti ai record accettati. Quelli del numero di tour vinti, cinque: Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Il Piccolo Principe è ormai a ridosso. Già il prossimo anno potrebbe raggiungerli. Intanto ne ha portati a casa quattro, come Froome che, se fosse per noi, meriterebbe di essere cancellato dall’albo d’oro (altro che Armostrong) per la bruttura del suo pedalare e l’insensatezza, nell’ambito della storia di questo sport, delle sue prestazioni, che duravano esattamente 21 giorni, quelli del Tour.
Oggi abbiamo avuto la conferma che Pogacar, nonostante la faccia sorridente e la gamba allegra, era ormai in fase calante dal punto di vista della forma. Non si sarebbe fatto staccare sulla salita di Montmartre, neanche da un Wout Van Aert in formato classica del nord. Invece nel secondo passaggio ha chiuso Ballerini (pensa un po’… chi l’avrebbe mai detto), e sul terzo il belga l’ha lasciato di stucco proprio nel punto più difficile.
Taddeo aveva le batterie scariche, lui che sull’Hautacam ha regalato una delle prestazioni più mortifere degli ultimi anni, che ha vinto quattro tappe, portando a 103 il bottino complessivo, e che ha vestito la maglia gialla con l’eleganza e la classe di un imperatore. Vingegaard, miglior attore non protagonista, aveva abbandonato la scena l’altro ieri, dopo averlo, per la prima volta in questo 2025, sopravanzato sotto striscione. Pare che tornando all’albergo gli abbia detto: ‘La lotta finisce qui, complimenti!‘
Non sappiamo se questo sia vero o frutto solo della fantasia dei giornalisti. Ma ci sembra il segno dei tempi moderni: fair play all’estremo, forse anche troppo. Se c’è stato infatti un momento, in questo Tour, nel quale Taddeo poteva essere attaccato, è stato quando è caduto, nell’11^ tappa. Invece di azzannare alla gola l’avversario ferito pare che nel gruppo sia arrivato un ordine: “rallentate”. Venti anni fa non sarebbe accaduto. Non l’avrebbe fatto Armstrong e non avrebbero mostrato tanto rispetto gli avversari del boss. Altri tempi, un altro ciclismo.
Godiamoci oggi il piccolo principe Tadej e l’uomo del nord Jonas, i volti nuovi e belli del ciclismo del XXI secolo.
