Mar, 10 Febbraio 2026
CiclismoPogacar, la noia del genio. Quando il dominio diventa spettacolo

Pogacar, la noia del genio. Quando il dominio diventa spettacolo

Tour de France, Tadej Pogacar
Tour de France, Tadej Pogacar (X/@LeTour)

È di questi giorni la diatriba, sussurrata il più delle volte, se le ripetute e dominanti vittorie di Tadej Pogacar facciano bene o meno allo spettacolo e al ciclismo.

Qualcuno, all’ennesimo scatto e alla 21^ fuga solitaria, ha esclamato, “che noia questo ciclismo”. Qualcun altro, a cominciare dal nostro Jules Elysard, ha ricordato invece che assistere alle imprese dello sloveno vuol dire essere testimoni di qualcosa di unico e di un pezzo importante della storia di questo sport.

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Lascio agli appassionati di dividersi sul tema, io osservo solo che questo tipo di ‘noia’ nel nostro paese non è altrettanto manifesta se si parla, per esempio, di Jannik Sinner. Eppure il tennis di questa epoca vive forse uno dei passaggi meno entusiasmanti della propria storia. E’ notizia di ieri, per esempio, che nel mega-super-straricco torneo Six Kings Slam (che poi, invece, non erano sei i re, ma solo cinque…) il nostro Sinner e Alcaraz sono nuovamente in finale. E’, se non ricordo male, la sesta volta in questa stagione, dopo le tre finali di slam (2 a 1 a favore dello spagnolo) e i Masters 1000 di Roma e Cincinnati. Da quando l’altoatesino è tornato dopo la sospensione, ogni volta che i due hanno partecipato ad uno stesso torneo si sono poi ritrovati in finale. Il ranking ATP da questo punto di vista parla chiaro, entrambi viaggiano attorno ai 10mila punti, il terzo è lontano anni luce. La distanza tra il terzo e il decimo del ranking è minore di quella che separa i primi due dal terzo. Insomma sono loro due i dominatori indiscussi del ranking. Nessuno, però, si è lamentato, qui in Italia, di un copione già scritto e di tornei che vivono più sui ritiri che per improvvisi colpi di scena. Le fughe telefonate di Pogacar, contro avversari in qualsiasi caso di primissima grandezza, sono molto più avvincenti.

Che dire, poi, della F1 o della MotoGP, spettacoli che ogni anno vivono sempre lo stesso copione: una macchina o una moto notevolmente superiore alle altre, che non lasciano spazio a sorprese. In questo caso, poi, il merito è più per gli ingegneri di scuderia che dei piloti i quali un anno sono campioni e l’anno successivo brocchi.. a seconda della messa a punto. Vedi il caso Ferrari, con Leclerc che deve ancora dimostrare di andare forte ed Hamilton che improvvisamente non ne azzecca una.

Torno al ciclismo. Mai come in questo periodo è attraversato da una generazione di fenomeni. Accanto ad un Pogacar dominante abbiamo un Evenepoel in grado di vincere quattro mondiali e due titoli olimpici, un Van der Poel cacciatore di classiche e, unico, nelle corse di un giorno, capace di mettere la ruota davanti a quella dello sloveno, un Vingegaard che ha vinto due Tour e potrà farlo ancora, un Del Toro che, ancora 21enne, è già sulla scia del suo capitano. Insomma lo spettacolo è assicurato, eppure in Italia si mormora “che noia!”. Agli amanti del nostro sport, soprattutto i malinconici che guardano al passato come l’età dell’oro, vorrei ricordare che un certo Binda, esaltato come il primo cannibale, fu pagato per restare a casa e non correre il Giro d’Italia, e che il vero Cannibale, ovvero Eddy Merckx, fu spesso criticato perché sprintava per vincere anche il classico prosciutto che si dava al vincitore delle gare di paese. Insomma, quello che vediamo oggi con Pogacar è qualcosa di già visto sia nel ciclismo eroico che in quello classico.

Scommetto che se il Piccolo Principe fosse italiano, lamentele, da questo punto di vista non ci sarebbero. Staremmo tutti in piedi davanti al televisore pronti a esaltare il momento in cui, lasciando la concorrenza, vola solitario verso il traguardo. Potenza del tifo!

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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