Quale sistema sportivo per l’Italia del futuro?

Quale sistema sportivo per l’Italia del futuro?

Con l’apertura delle scuole inizia anche una grande industria che vede coinvolti circa 3 milioni di ragazzi, poco più di 2 milioni di famiglie e circa 70.000 società e oltre 100.000 lavoratori. Si tratta dell’industria dello sport, che inizia tradizionalmente a settembre e svolge una funzione fondamentale nell’educazione della nostra gioventù. Da una recente ricerca risulta infatti che la pratica sportiva è la terza componente fondamentale per la formazione dei ragazzi in Italia, dopo famiglia e scuola.
Che sport e scuola vengono visti come entità separate conferma che in Italia l’unione di questi due mondi è una chimera, forse impossibile da raggiungere. In molti si sono chiesti cosa ci fosse dietro il successo della Gran Bretagna alle recenti Olimpiadi. I più hanno posto l’accento sul sistema di reclutamento del talento, che parte proprio dalla scuola britannica. I più attenti hanno calcolato quante medaglie britanniche provenissero dalla scuola pubblica e quante da quella privata, con un evidente squilibrio a scapito di quest’ultima.
Tutti si sono affrettati a dire: “dovrebbe essere così anche in Italia” e quando un politico parla di sport, se non sa cosa dire se la cava augurandosi maggior sport a scuola per tutti.
Ma la strada per un sistema sportivo vincente, almeno in Italia, è proprio questa? Non credo.
Quanto sport fanno i nostri figli a scuola? Direi di partire da questa ultima domanda, per riannodare il filo di un discorso che riallaccia tutti questi aspetti, soltanto apparentemente scollegati tra loro. E’ appurato che in Italia lo sport non si pratica a scuola. Si fa poco e, spesso, male. La causa di questa arretratezza ha origine dall’organizzazione complessiva del nostro sistema sportivo, che ha nel CONI il centro dell’attività agonistica ma che, in nome dell’autonomia, ha contribuito a scaricare su diversi soggetti la responsabilità dell’attività di promozione.
Per intenderci, chi ha la responsabilità dell’educazione sportiva dei ragazzi? Lo sport è una questione di educazione (scuola), salute (Min. della Salute) o di risultati (CONI)?
A secondo di come la vediate, avrete anche una risposta. Fatto sta che in questi anni nessuna l’ha data e ancora qualche mese fa, con una manifestazione a Roma, Vedrò (i quarantenni del PD) aveva lanciato una proposta di legge bi-partisan per istituire un contributo di 200 milioni di euro ogni anno per la realizzazione di palestre nelle scuole elementari. Di quella proposta non se n’è saputo più nulla, ma già allora mi chiesi: chi insegna in queste palestre? La maestra forse?
Attualmente circa il 60% dei ragazzi, dai 3 ai 18 anni realizza una qualche forma di attività sportiva. Non lo fa a scuola, ma dopo di essa, il pomeriggio. Si tratta di un’attività che grava economicamente sulle famiglie.
Facciamo un po’ di conti. Una qualsiasi stagione sportiva (chi ha figli come il sottoscritto può confermare) costa in media dai 250 ai 1000 euro all’anno, dipende dallo sport, dalla frequenza settimanale, dalle zone geografiche. Ho fatto una rapida ricerca, in media una scuola calcio costa 400 euro (attrezzatura compresa). Stessi costi, in grandi linee, per basket, pallavolo, nuoto, rugby e arti marziali; meno il ciclismo. Costi molto superiori per equitazione, sci, scherma e tennis.
Dai dati CONI/Istat sappiamo che circa il 60% dei nostri figli fanno attività sportiva, che la popolazione italiana dai 4 ai 18 anni è di circa 6 milioni di soggetti, che le società sportive sono circa 70.000. Il calcolo è semplice. Ogni anno per l’attività sportiva dei ragazzi si spendono circa 1,2 miliardi di euro (3 milioni X 400 euro). Soldi che vanno direttamente nelle casse delle società sportive. Altro che contributi CONI, il sistema sportivo italiano si basa, come tante altre cose, sulle famiglie, come del resto è chiaramente evidenziato dal libro bianco del CONI di cui ho parlato in altro post.

E lo Stato? Permette una detrazione dall’imposta del 19% (fino a un massimo di 200 euro) dell’importo utilizzato per l’attività sportiva dei figli a carico. Circa 300 milioni, raggiungibili solo se ipoteticamente tutti i ragazzi che fanno sport permettessero di detrarre ai propri genitori 200 euro dalle tasse che devono pagare, ma è tutto da dimostrare che sia così, più probabile che sia di meno. Questi sommati ai 400 milioni dati al CONI portano a 700 milioni di euro, che rappresentano la cifra con la quale lo Stato finanzia direttamente l’attività sportiva (poi ci sono altre voci, leggi qui, ma rischiamo di andare troppo in la). Poca cosa rispetto al 1,2 miliardi che mettono le famiglie.
Il vero disincentivo alla pratica sportiva, secondo me, non è la mancanza di offerta o di strutture, ma i costi. Ne sanno qualcosa le tante famiglie che di ritorno dalle vacanze a settembre si ritrovano a dover far fronte ai costi dei libri, della scuola, le bollette autunnali e quello delle società sportive.
Siamo sicuri che la “rivoluzione sportiva” possa partire dalla scuola? Si tratterebbe di formare gli insegnanti, realizzare le strutture, modificare i programmi e gli orari, aumentando le ore a scapito di altre… mi sembra impossibile. Soprattutto pensare che la scuola possa sopperire alla necessità di sport delle nuove generazioni, con almeno 4 ore a settimana di sport ben fatto.
La strada, secondo me, è quella di favorire il sistema attualmente in essere, agevolando le famiglie nel pagamento dell’attività sportiva dei propri figli, aumentando al contempo le entrate per le società sportive, le uniche che realizzano la pratica sportiva sul territorio. Aumentando così il flusso di capitali direttamente verso la base sportiva (società sportive) senza passare per CONI e Federazioni, rendendo il sistema più agile e meno burocratizzato (perché, si sa, in Italia dove c’è burocrazia ci sono sprechi) e aumentando anche posti di lavoro.
In pratica lo Stato può finanziare direttamente l’attività sportiva dei figli minorenni a carico attraverso il sistema fiscale. Le strade sono diverse. Permettendo, per esempio, la detrazione totale dall’imponibile dei costi legati all’attività sportiva; oppure aumentando il tetto per la detrazione dell’imposta (300 e non 200 euro) o la percentuale sulla spesa complessiva (30% invece del 19%). Il saldo sarebbe non molto a sfavore delle casse dello Stato (ma qualcosa bisogna pure mettere sul piatto), per le famiglie un aiuto reale. Ed essendo il settore sportivo legato anche ad un’industria trainante (abbigliamento e oggettistica), che questa detrazione venga estesa anche all’acquisto del materiale per la pratica sportiva dei figli. In questo modo lo Stato otterrebbe tre effetti contemporaneamente: 1. Aiuto concreto alle famiglie; 2. Aiuto concreto al sistema sportivo italiano; 3. Aumento della pratica sportiva di base; 4. Volano all’attività economica del settore.

Antonio Ungaro

 

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