Roma – Lo splendore del Salone d’Onore del CONI e gli ospiti eccellenti (addirittura la sindaca Raggi, si vede che siamo in clima elettorale!) non hanno diradato la cappa di tristezza che il mondo del rugby è costretto a vivere dopo la notizia del posticipo di un altro mese di tutti i campionati nazionali (qui la notizia).

Perché presentare il Sei Nazioni 2021 con la situazione del rugby di base che pian piano affonda a causa del covid e dell’incapacità di trovare soluzioni e protocolli in grado di garantire uno straccio di attività per circa 40.000 tesserati, ci sembra la classica orchestra che suona mentre il titanic affonda.

Oggi c’erano tutti, il capitano, il tecnico, il presidente, il presidente del CONI forte del braccio di ferro vinto con il Governo e dei suoi 100 dipendenti “riconquistati”, e chi più ne ha più ne metta.

Mancavano, però, i praticanti. Quelli per intenderci che permettono alle Nazionali di crescere e al movimento di sopravvivere. Tra sorrisi e dichiarazioni bellicose (ma tanto, dal punto di vista agonistico sappiamo già che sarà una disfatta) nessuno si è fermato a guardare l’altra faccia di uno sport che sta soffrendo più di altri questa pandemia.

Tra qualche anno, quando si riprenderà a giocare sui campetti fangosi e argillosi d’Italia, quanti ragazzi avranno già abbandonato? E quanti giovani di 20 anni, possibili, futuribili, anzi forse anche più forti di quelli in Nazionale?

La cecità con la quale la FIR si concentra solo sulle Accademie e le Nazionali, autorizzandole al contatto mentre tutto il resto è fermo, dimostra che per questo sport non c’è futuro.

Capitan Bigi in posa allo stadio dei Marmi, come da foto, rappresenta la triste situazione del rugby italico. Direbbe un personaggio di un film di Brian De Palma: “tutte chiacchiere e distintivo!”

E allora, ecco le dichiarazioni del capo orchestra, inconsapevole (o forse no?) ultimo uomo ad abbandonare la nave: “Abbiamo una squadra molto giovane – ha esordito Franco Smith – con una età media di poco superiore ai 24 anni. Spaventarmi? C’è bisogno di coraggio e dare l’esempio. Questa è una squadra in costruzione e i giovani di qualità devono fare esperienza anche in campo. E’ così che possiamo arrivare a raggiungere l’obiettivo che tutti ci siamo preposti. Non sono tornato in Italia per fare la comparsa o per partecipare: voglio costruire – insieme a tutto lo staff e ai giocatori – una squadra che possa raggiungere risultati importanti sia a breve che a lungo termine”.

“E’ una sensazione speciale essere qui per il secondo anno consecutivo – ha esordito Luca Bigi, capitano dell’Italrugby – in una cornice come quella del Salone d’Onore del Coni. Durante la Nations Cup si è creato un gruppo molto unito e non vedo l’ora di poter riprendere a lavorare insieme ai miei compagni in raduno”.

L’Italia inizierà il raduno nel pomeriggio odierno presso l’NH Vittorio Veneto e nel pomeriggio di domani è in calendario la prima seduta di allenamento presso il CPO Giulio Onesti. Loro si allenano, il resto del rugby è fermo a guardare.

Diteci voi se si può andare lontano così!

Jules Elysard

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