Rachael Blackmore vince il Grand National e fa la storia dell’ippica

Non era mai successo che una jockey vincesse il Grand National. Ma per dovere di cronaca è solo dal 1975 che le donne possono accedere a tale competizione che nasce nel lontano 1893

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Ancora una volta sono i cavalli a rendere giustizia, sono loro a spiegarci come se ce ne fosse ancora bisogno che il genere femminile in molte, troppe cose è come se non meglio di quello maschile.

Così accade che Rachael Blackmore vince il Grand National. Una corsa che nell’ippica vale come Wimbledon nel tennis, come la Parigi-Roubaix nel ciclismo, come il Sei Nazioni di rugby, come Piazza di Siena nell’equitazione. Per tornare ai cavalli. E per tornare a competizioni che mettono donne-uomini sullo stesso piano. Anzi molto più in alto.

Non era mai successo che una jockey vincesse il Grand National. Ma per dovere di cronaca è solo dal 1975 che le donne possono accedere a tale competizione che nasce nel lontano 1893. Ben venga lo stupore che porta in prima pagina la notizia e che fa rimbalzare la notorietà di una corsa che da sempre mette i brividi. Ma in ambito ippico e anche equestre la sorpresa non c’è. L’universo femminile ha infatti una corsia preferenziale per raggiungere il cuore dei cavalli e da lì, passando per il cervello ai suoi muscoli, da sempre segue quella strada speciale: poiché le donne si propongono ai cavalli in una maniera naturalmente comprensibile per loro molto di più degli uomini.

La sensibilità di un equino si sintonizza sicuramente con più facilità sulla lunghezza d’onda della dolcezza e della pazienza che solo le donne sanno esprimere senza snaturarsi. Questione di morbidi canali allenati da secoli di relazioni. Fra donne e cavalli. E uomini, certo.

Partendo da queste riflessioni si arriva velocemente a comprendere perché in ambito olimpico l’equitazione che si esprime nelle sue quattro peculiari discipline (salto ostacoli, dressage, completo ed equitazione paralimpica) sia l’unica competizione sportiva che oltre a far competere uomini ed animali in simbiosi, non separa in gara uomini e donne.

Ora, ritornando doverosamente alla Jockey irlandese Rachael Blackmore, bisogna dire che il Grand National, gara icona dell’ippica (non è equitazione ma ippica), uno steeplechase con handicap su un tracciato di 6.907 metri da ripetere due volte superando trenta ostacoli, non è certo un gioco da ragazzi.

In tempi normali si svolge davanti ad una platea di settantamila spettatori e frutta, a chi vince, 860mila euro circa (il corrispondente di 750.000 sterline), basti pensare che anche quest’anno al traguardo sono arrivati meno della metà dei binomi alla partenza. Undici per l’esattezza. Ecco allora che chi riesce a vincere la corsa più dura al mondo non può che essere un fenomeno, un alieno, maschio o femmina che sia, e questo vale sia per i fantini che per i cavalli. Altra indifferenza di genere.

Rachael e Minella Times, il nome della cavalla, hanno dunque compiuto un miracolo agonistico esattamente come tutti i binomi che lo hanno fatto prima e che lo faranno in futuro tagliando prime quel traguardo.

Così, conscia e raggiante per questa sua inattesa conquista, la jockey fenomeno ci regala queste parole sulle colonne del The Guardian e guarda caso parla della sua cavalla: «Minella Times ha saltato in modo fantastico e mi ha guidata oltre, come si dice fence to fence, da un ostacolo all’altro… Ci vuole tanta fortuna per arrivare alla fine senza interferenze sul percorso. Mi sento così incredibilmente fortunata. E anche elettrizzata. Non mi sento maschio o femmina, non mi sento umana. È tutto semplicemente incredibile».

Ecco spiegata la non differenza di genere del Grand National 2021.

Mario Rota

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