
Rafael Jodar ha tutto per diventare uno dei protagonisti del tennis mondiale. Stabilire se possa diventare persino più forte di Carlos Alcaraz è molto più complicato. A favore del diciannovenne madrileno ci sono una crescita impressionante, un fisico moderno e risultati già importanti. Contro di lui pesa il confronto con la precocità quasi irripetibile del connazionale.
Dodici mesi fa Rafael Jodar era fuori dai primi 500 giocatori del mondo. Oggi occupa la quindicesima posizione del ranking ATP ed è undicesimo nella Race, quindi ancora in corsa per un posto alle Finals di Torino. Nel mezzo ha conquistato a Marrakech il primo titolo nel circuito maggiore, raggiunto la semifinale a Barcellona, i quarti a Madrid, Roma e Roland Garros e la finale dell’ATP 500 di Washington, persa contro Taylor Fritz.
Numeri che spiegano perché in Spagna abbiano già cominciato a definirlo l’erede di Rafael Nadal. Un paragone inevitabile per nazionalità, nome e rendimento sulla terra battuta. Anche piuttosto ingombrante, perché il tennis di Jodar nasce da caratteristiche differenti.
Alto 191 centimetri, il madrileno dispone di un servizio più incisivo e di un diritto capace di produrre velocità senza bisogno di preparazioni troppo elaborate. La statura non gli impedisce di muoversi bene e la sua capacità di rispondere è già una delle qualità più interessanti. Tra Miami, Marrakech, Barcellona e Madrid ha conquistato il 35,6% dei game in risposta. Un dato da giocatore completo, non da semplice attaccante.
Perché potrebbe diventare più forte
Il primo elemento favorevole è la velocità della sua trasformazione. Jodar ha seguito un percorso inconsueto: dagli US Open juniores vinti nel 2024 è passato per il tennis universitario statunitense, frequentando Virginia, prima di entrare stabilmente nel circuito professionistico. All’inizio del 2026 era ancora numero 168 del mondo. In pochi mesi ha scalato oltre 150 posizioni.
Non è quindi arrivato al vertice attraverso un percorso costruito fin dall’adolescenza esclusivamente intorno al professionismo. Ha trascorso una stagione nel college tennis, ha giocato i Challenger e soltanto adesso sta accumulando esperienza contro i migliori. Il suo margine di miglioramento potrebbe essere maggiore rispetto a quello normalmente attribuito a un giocatore già tra i primi quindici.
Conta anche la continuità dimostrata su palcoscenici differenti. La vittoria di Marrakech poteva essere considerata il risultato isolato di una settimana favorevole. Le semifinali di Barcellona e Washington, i quarti nei due Masters 1000 italiani e spagnoli e quelli al Roland Garros hanno cambiato la prospettiva. Jodar ha battuto Alex de Minaur e Lorenzo Musetti, ha impegnato Sinner a Madrid ed è arrivato in fondo anche sul cemento americano.
Non sembra quindi uno specialista della terra. Servizio, potenza e statura gli offrono strumenti adatti anche alle superfici rapide. Se riuscirà ad affinare la risposta, il gioco di transizione e la gestione dei momenti decisivi, potrà costruire un tennis con pochissimi punti deboli.
Perché il confronto premia ancora Alcaraz
Esistono però argomenti molto più solidi per rispondere di no. Il principale è la differenza tra le rispettive carriere alla stessa età.
A diciannove anni Alcaraz non era una promessa in rapida ascesa. Era già il numero uno del mondo e campione degli US Open. Nel 2022 aveva vinto cinque tornei, compresi i Masters 1000 di Miami e Madrid. Nella capitale spagnola aveva eliminato in successione Nadal, Djokovic e Zverev. Prima di compiere vent’anni aveva già conquistato nove titoli ATP.
Jodar, alla stessa età, possiede un titolo ATP 250, una finale in un 500 e un quarto di finale Slam. È un bilancio eccezionale per un giocatore al primo anno da professionista, ma nettamente inferiore a quello di Alcaraz.
Anche il confronto tecnico resta impegnativo. Jodar può diventare più efficace al servizio e forse più potente nei primi colpi dello scambio. Alcaraz, però, riunisce qualità che raramente appartengono allo stesso giocatore: esplosività, difesa, sensibilità, capacità di giocare a rete, variazioni, risposta e creatività. Può vincere attaccando oppure trasformando una situazione difensiva. Soprattutto ha dimostrato di saper trasferire il proprio tennis su ogni superficie.
La precocità non decide necessariamente chi avrà la carriera migliore, ma Alcaraz non si è fermato alla precocità. A ventidue anni ha completato il Career Grand Slam. Per superarlo non basterà a Jodar entrare tra i primi cinque o vincere uno Slam: dovrà inseguire una traiettoria già entrata nella storia.
Il vero dilemma
La domanda dipende allora dal significato attribuito alla parola “più forte”. Se si considera il potenziale espresso in una singola partita, Jodar potrebbe un giorno disporre di un tennis abbastanza potente e completo da battere Alcaraz e diventare numero uno. La sua crescita autorizza questa ipotesi.
Se invece si parla di precocità, risultati e prospettiva complessiva della carriera, oggi non esistono elementi per considerarlo superiore. Alcaraz alla sua età aveva già raggiunto traguardi che Jodar deve ancora avvicinare.
Il madrileno può diventare un campione e forse anche il principale rivale dei giocatori che dominano questa generazione. Il problema è che gli viene chiesto di superare non un grande giocatore normale, ma il più giovane numero uno della storia e il più giovane uomo ad aver completato il Career Grand Slam.
La risposta, per ora, è dunque sospesa. Jodar possiede la potenzialità per entrare nella stessa competizione. Sostenere che diventerà più forte di Alcaraz sarebbe prematuro. Escluderlo, dopo essere passato in dodici mesi dal numero 540 al numero 15 del mondo, potrebbe essere altrettanto imprudente.


