OlimpiadiRemco da predestinato a Re di Olimpia

Remco da predestinato a Re di Olimpia

Non conosce mezze misure il ciclismo di Remco Evenepoel: vittorie, sconfitte, trionfi, qualche batosta. Una medaglia d’oro alle olimpiadi, anzi due. Oggi il belga aggiunge alla vittoria nella crono quella della prova in linea. Ma soprattutto mostra al mondo intero la meraviglia del ciclismo olimpico che si corre all’arrembaggio, dove le squadre sono quel che sono perché in quattro è difficile tenere a bada le corse, dove le radioline non gracchiano, dove non sempre si sa cosa fanno gli altri, quanto distacco c’è, quanto si stanno organizzando, dietro, davanti chissà…

Remco Evenepoel tante domande non se le fa. Qui e ora. Il belga a una quarantina di chilometri dall’arrivo parte a razzo e, ad uno ad uno, si sbarazza di quei pochi che provano a resistere. Fine. Oro davanti a due francesi, Valentine Madouas d’argento e Christophe Laporte di bronzo.

E’ il primo a vincere due titoli a cinque cerchi, uno su strada e l’altro a cronometro, nessuno c’era mai riuscito e forse (senza forse) non è un caso. Hic et nunc perché l’Olimpiade, anche questa olimpiade che rischia di perdersi rincorrendo troppe polemiche, è la vittoria di tutte le vittorie, è il sogno di ogni atleta, è l’assoluto che uno si immagina possa capitargli. E se capita in una Parigi che rende onore al ciclismo con uno spettacolo di folla e di tifo che lascia senza fiato la storia diventa il racconto della vita, la fotografia di un campione che sotto la Torre Eiffel si conquista un bel pezzo di gloria.

E’ così Remco Evenepoel, piaccia o non piaccia. E’ uno che divide. Non ci sono vie di mezzo per raccontare questo fenomeno che a soli 24 anni ha già vinto una Vuelta, due Liegi-Bastogne-Liegi, tre classiche di San Sebastian, due mondiali su strada e a cronometro, è arrivato terzo al Tour e oggi ha firmato una doppietta olimpica. O si ama o si odia. Perché è spesso sbruffone, arrogante e non fa il minimo sforzo per rendersi simpatico.

Nato il 25 gennaio 2000 a Schepdaal, una frazione del comune di Dilbeek a pochi chilometri da Bruxelles, è figlio di Patrick Evenepoel, professionista che tra gli Anni ’80 e ’90 battagliava con Miguel Indurain e Gianni Bugno. Arriva nel ciclismo che conta solo cinque anni fa. Prima fa dell’altro, soprattutto gioca a calcio sua passione da quando aveva cinque anni, nelle file dell’Anderlecht, del Psv Eindhoven fino alla nazionale giovanile del Belgio dove è anche capitano. Insomma non uno scarso.

Poi però l’amore finisce. E finisce quando dal Psv lo mandano a farsi le ossa in prima divisione nel Malines. Saranno le fabbriche un po’ tristi di questo paesone industriale nella provincia di Anversa, sarà l’aria delle Fiandre, sarà che quando si è giovani si fa presto a cambiare idea il centrocampista di belle speranze decide di punto in bianco che il calcio non fa più per lui e nel 2016 mette il pallone in garage e sale in bici.

Nel 2018 in 47 giorni centra 36 vittorie tra gli juniores, campione nazionale, europeo e mondiale sia in linea che a cronometro, e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con la Quick-Step di Patrick Lefevere. L’anno dopo vince l’Europeo a cronometro élite e conquista l’argento al Mondiale sempre a cronometro. Il resto è storia recente, compreso quel volo terribile che tre anni fa lo ha visto precipitare da un muretto in una scarpata al Giro di Lombardia. Una storia da predestinato. Da oggi non più.

 

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Antonio Ruzzo
Antonio Ruzzo
Sposato, con tre figli, giornalista professionista dal 1995. Il mestiere mi ha portato per anni a raccontare storie di nera e di morti ammazzati, la vita a inseguire sogni e passioni in bicicletta. Triatleta (scarso) da anni racconto quotidianamente lo sport nel blog “Vado di corsa” sul sito di un quotidiano nazionale. Ho un debole per chi non vince mai, per chi sa che il traguardo è lontanissimo ma non molla e per chi impazzisce per il profumo dell'olio canforato.

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