In ricordo di Árpád Weisz, per non dimenticare

In ricordo di Árpád Weisz, per non dimenticare
Coppa della Memoria in ricordo di Árpád Weisz

La targa affissa al Dall’Ara in ricordo di Árpád Weisz

In “Se questo è un uomo” Primo Levi si chiede cosa spinge a sopravvivere ai propri figli e ai propri affetti, nonostante tutto e nonostante tutti, spettatori di uno spettacolo terribile come furono i campi di sterminio nazisti. In “I sommersi e i salvati” lo stesso si interroga per quale motivo qualcuno, nonostante l’orrore di quell’esperienza, sia riuscito a salvarsi, a dispetto dei tanti sommersi. La sua storia personale dimostrerà che sopravvivere ai lager non corrisponde alla salvezza, e il senso di colpa di “avercela fatta” (ingiustificato, ma pur sempre presente) accompagnerà i pochi, per sempre.
Forse queste considerazioni possono, anche se lievemente, lenire il dolore che ancora provoca la storia di Árpád Weisz, il tecnico ungherese di origine ebraica che ha scritto la storia del calcio italiano negli anni ’30, morto ad Auschwitz il 31 gennaio 1944, dimenticato per oltre 60 anni dallo sport italiano, ricordato con un libro memorabile da Matteo Marani e il cui ricordo è rinnovato in questi giorni con lo svolgimento della III Edizione della “Coppa della Memoria in ricordo di Árpád Weisz”.
Possono lenire perché la vita di Árpád era finita ben prima della sua definitiva consunzione, nel 1944. Sicuramente nel 1942, quando i nazisti uccisero, nelle camere a gas, sua moglie Elena e i figli Roberto e Clara. Forse anche prima, ovvero al momento dell’arresto, in Olanda, dove si era rifugiato scappando dall’Italia e da quell’infamia che risponde al nome delle “leggi raziali del 1938”. Era il 2 agosto 1942. Dopo un breve passaggio in un campo di lavoro arrivano ad Auschwitz. Racconta Primo Levi in “Se questo è un uomo”: “…in meno di dieci minuti noi uomini validi fummo radunati in un gruppo. Quello che accadde agli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente. Oggi però sappiamo che in quella scelta rapida e sommaria, di ognuno di noi era stato giudicato se potesse o no lavorare utilmente per il Reich… Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei… Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli…”. Accadde lo stesso anche alla famiglia di Árpád Weisz, il tecnico che in Italia aveva rivoluzionato il calcio, che aveva portato alla vittoria il Bologna a l’Ambrosiana, che era stato costretto a fuggire per la viltà delle leggi raziali.
In occasione delle iniziative promosse per la Giornata della Memoria, la Comunità Ebraica, l’Associazione Ipsia – Acli, il Memoriale della Shoah di Milano e le startup Sportboom e Sportilia.com annunciano la III Edizione della “Coppa della Memoria in ricordo di Árpád Weisz”, che si terrà domenica 2 febbraio presso L’Arena Civica “Gianni Brera” di Milano. Perché l’unica cosa che possiamo fare è ricordare: la figura di quell’uomo, la sua storia, la storia di tanti (oltre 6 milioni di persone) come lui e la storia di quanti continuano a vivere esperienze simili.
AU

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