A Rio 2016 anche il Team dei Rifugiati politici

Decisione rivoluzionaria per il CIO che porterà a proprie spese un Team formato da atleti rifugiati politici scelti in base al proprio curriculum sportivo. Gareggeranno sotto la bandiera del CIO.

A Rio 2016 anche il Team dei Rifugiati politici

Ad aprire la tradizionale sfilata olimpica, quella per intenderci che negli anni passati è servita ai nostri dirigenti come vetrina, al punto da mettere in imbarazzo l’intero sport italiano e a far affermare al presidente del CONI Malagò: “nel 2016 i dirigenti staranno in tribuna con me..”, ad aprire la sfilata, dicevamo, sarà una squadra particolare, che sfilerà con la bandiera a cinque cerchi e vestirà i colori del CIO. Si tratta della squadra dei rifugiati (Team ROA, da Refugee Olympic Athletes). Lo ha comunicato al mondo il movimento olimpico con una notizia apparsa sul sito ufficiale ieri (qui la notizia).

Il CIO ha quindi deciso, con una di quelle mosse che rappresentano il sale di questa organizzazione, a cavallo tra un conservatorismo estremo e slanci improvvisi verso il futuro, di utilizzare tutte le “armi” a sua disposizione per porre l’accento su uno delle emergenze sociali di questi anni, quella dei rifugiati.

Sulle tempistiche di questa decisione ci sarebbe tanto da ragionare. Il fenomeno dei rifugiati è antico forse quanto l’uomo, ma per non andare troppo indietro nella notte dei tempi, possiamo tranquillamente affermare che anche durante il secolo breve, quello per intenderci che è iniziato con la fine delle prima guerra mondiale terminato con la caduta del muro, i rifugiati, esuli da paesi martoriati dalle guerre, erano presenti in grande quantità. Il continente africano (ma non solo), da questo punto di vista, è stato negli ultimi 60 anni una fonte praticamente inesauribile di transfughi.

Che il CIO solo nel 2016 si accorge del problema appare, a guardare con gli occhi disincantati dello storico, appare quanto meno “tardivo”. In realtà, in un mondo in cui gli stati nazionali e sovranazionali poco fanno per queste persone, se non, nel migliore dei casi, allestire campi profughi, la decisione del CIO appare “rivoluzionaria”.

La più potente organizzazione internazionale (per capacità di polarizzare l’attenzione, per gli interessi economici in grado di muovere, per il numero di persone che direttamente o indirettamente organizza) si è mossa verso una direzione, indicando a tutto il resto del mondo la via. Ed è quella di buttare nel cestino ogni tipo di bandiera e affermare, nei fatti, che non c’è bisogno di un passaporto e di una nazionalità per poter godere dei massimi e più elementari diritti dell’uomo, tra i quali anche quello di fare sport. Ovvero di divertirsi.

Nasce così la squadra dei rifugiati, che sarà composta da una sparuta rappresentanza (dai 5 ai 10 atleti) scelti dal board del CIO in base alle candidature pervenute (oltre 40) e dai risultati di ogni atleta. Se qualcuno di questi dovesse vincere o salire sul podio, lo farà sotto la bandiera del CIO e, immaginiamo, l’inno che verrà suonato sarà quello Olimpico.

Il programma di assistenza degli atleti rifugiati da parte del CIO però non si esaurisce soltanto alle Olimpiadi di Rio. Il Comitato Olimpico Internazionale ha raccolto circa 2 milioni di euro da utilizzare assistere gli atleti meritevoli intensificando la collaborazione con l’UNHCR per la realizzazione di programmi di supporto ad atleti di alto livello rifugiati politici.

Vogliamo mandare un messaggio di speranza per tutti i rifugiati nel mondo“, ha detto il presidente del CIO Thomas Bach.”Questi atleti avranno una casa e una bandiera per cui lottare, insieme con tutte gli altre 11.000 atleti provenienti da 206 comitati olimpici nazionali.”

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