Il 30 dicembre ricorrono 11 anni dalla scomparsa di Rita Levi Montalcini. Nata a Torino nel 1909, vinse il Premio Nobel per la medicina nel 1986. Fu nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Azelio Ciampi. Ricordiamo sinteticamente che era nata in una famiglia ebrea sefardita e per questo in seguito alle leggi razziste del 1938 fu costretta ad emigrare dall’Italia. Ebbe poi una vita avventurosa, rischiando spesso la vita, ma riuscì a sopravvivere e ad affermarsi come scienziata. Quando vinse il Nobel donò una parte dell’ammontare del premio alla comunità ebraica, per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma. «Una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa» la definì Primo Levi in un articolo su La Stampa, il 14.10.1986.
Nel novembre 1999 Rita Levi Montalcini fu ospite del Circolo della Stampa di Milano in occasione della presentazione del libro “La galassia mente”, edito da Baldini & Castoldi. Un libro in cui faceva il punto della situazione sulle conoscenze relative ai meccanismi di funzionamento della mente umana dell’epoca, particolarmente ricco di riferimenti scacchistici.
Nella prefazione infatti si legge per esempio: “Nella partita in atto sulla scacchiera cerebrale l’uomo ha mosso abilmente i “pezzi” a sua disposizione per conseguire l’esito vittorioso. Tuttavia la partita ingaggiata è contro un formidabile avversario: il suo stesso Creatore. Le probabilità di successo sono nulle”.
Ma è soprattutto nel capitolo “la scacchiera cerebrale” che l’autrice paragona le varie parti del cervello ai pezzi degli scacchi e riporta citazioni di due celebri scacchisti, Philidor, il grande campione del Settecento, e Aaron Nimzowitsch, uno dei grandi dell’inizio del Novecento, considerato il fondatore della scuola ‘ipermoderna’.
Quando è stato chiesto a Rita Levi Montalcini se, visti i paragoni fatti nel libro, si poteva dedurre che sapesse giocare a scacchi, lei rispose: “So muovere i pezzi, conosco le regole degli scacchi, ma non per questo posso dire di ‘saper giocare’!” Innegabilmente da parte di un Premio Nobel fu una vera lezione di umiltà.
Poi aggiunse: “Ho imparato a muovere i pezzi da bambina, a Torino, vedendo gli altri giocare: nessuno mi ha insegnato direttamente. Il gioco mi piaceva, ma poi ho fatto altre scelte. La passione però è rimasta, sempre latente. Tempo fa ho letto dei libri sul gioco e sui suoi campioni e quei libri mi hanno dato lo spunto per i miei paragoni.”
E allora per chi non ha (ancora) letto il libro, ecco alcuni di questi ‘paragoni’.
Scrive Rita Levi Montalcini:
“Nella scacchiera cerebrale il Re e la Regina corrispondono alla corteccia e al complesso limbico. Gli altri pezzi, paragonabili rispettivamente agli Alfieri, alle Torri e ai Cavalli della attività ludica, si identificano nei sistemi sub-corticali (striato, talamo, ipotalamo, cervelletto e midollo allungato) che integrano e a loro volta sono sottoposti all’azione dei pezzi dominanti. Nella scacchiera delle neuroscienze così delineata non erano stati tuttavia definiti la locazione e il ruolo esplicato dai Pedoni: linfovine, endorfine, fattori ormonali, fattori di crescita e così via.“
E più avanti: “La rivalutazione del ruolo dei Pedoni nella scacchiera ludica si era imposta oltre due secoli fa, come ho riportato nelle citazioni tratte da Philidor e come è stato poi confermato dal grande scacchista Nimzowitsch. /…/ Il pedone gode di un’altra virtù rispetto ai pezzi e cioè è il difensore nato: scopriamo a poco a poco che anche sulle 64 caselle un Pedone merita tutto il rispetto. Chi protegge un proprio pezzo nel modo più sicuro? Il Pedone. E chi lavora al prezzo più basso? Ancora il Pedone.”
Adolivio Capece
