Cultura sportivaRonzulli a Sabaudia: rugby, diritti civili e giovani

Ronzulli a Sabaudia: rugby, diritti civili e giovani

All’Istituto «G. Cesare» di Sabaudia: dal podcast al libro, lo sport come racconto e storia

Sabaudia, Istituto Omnicomprensivo «G. Cesare». Una lezione tra storia, geografia, cultura, scrittura e diritti civili, con lo sport come filo conduttore. Protagonista dell’incontro con gli studenti è Dario Ronzulli, autore di un progetto editoriale di Lab DFG genesi di un podcast diventato libro, capace di raccontare come lo sport possa incidere nei momenti cruciali della storia contemporanea.

«È stato un incontro molto bello, molto emozionante, – spiega l’autore Ronzulli – soprattutto perché i ragazzi sono stati molto attivi nel fare domande, nel fare considerazioni, nel dire la loro, che è una cosa molto importante. Spesso si imputa a questa generazione di non avere coscienza del mondo attorno a sé, in realtà non è vero, è un discorso molto banalistico».

Il lavoro di Ronzulli prende forma dal podcast “Sudafrica 1995”, realizzato insieme a Dario Costa, e si sviluppa poi in libro, mantenendo l’immediatezza del racconto audio ma arricchendolo di nuove fonti e approfondimenti. «È stato un lavoro molto interessante, molto curioso, molto divertente, cercare nuove fonti, confrontarle e costruire un testo che mi ha appassionato molto».

Al centro del racconto uno dei passaggi più significativi del Novecento, il Sudafrica post-apartheid guidato da Nelson Mandela. «In copertina c’è uno degli uomini più carismatici del Novecento e forse della storia del genere umano, Nelson Mandela. Un personaggio pieno di difetti, come lui stesso amava definirsi, ma con un grande cuore e una grande visione».

Una storia che attraversa sport e diritti, partendo dal rugby ma aprendosi ad altri linguaggi, fino al ciclismo e all’Africa contemporanea. «È una storia che vale la pena tramandare, che non va dimenticata: al termine di un conflitto durato secoli, chi era stato oppresso è andato dai vinti e ha detto “aiutateci a ricostruire il Paese”. Questa è una lezione enorme, una delle più grandi della storia dell’umanità».

Da qui una riflessione più ampia sul ruolo dello sport come strumento culturale e politico, ma anche sulla responsabilità delle società contemporanee. «L’Africa è un continente giovane, che si sta ancora scoprendo libero. Noi veniamo da lì e dobbiamo guardare anche a quello che può insegnarci. Le democrazie più mature hanno il dovere di accompagnare quelle più giovani: è una responsabilità che troppo spesso sfuggiamo, ma che ci permetterebbe di crescere tutti insieme».

Molto significativa l’interazione con gli studenti, che hanno partecipato attivamente all’incontro con domande anche complesse. «Sono ragazzi che hanno voglia di capire il mondo attorno a loro. Noi adulti dobbiamo assecondare questa curiosità. Spero di aver seminato qualcosa, anche solo un piccolo stimolo verso ciò che ancora non conoscono».

In chiusura, il valore stesso della scrittura come strumento di trasmissione. «Il mio è stato semplicemente un lavoro da messaggero: prendere una storia così forte e fissarla su carta perché possa continuare a essere conosciuta».

L’incontro di Sabaudia si inserisce così in un percorso educativo a cui partecipa da anni attivamente Lab DFG che restituisce allo sport una dimensione culturale profonda, capace di parlare alle nuove generazioni con rigore e consapevolezza. Ma non manca mai la leggerezza della passione per lo sport.

il libro – Nel 1995 il Sudafrica sta cercando di uscire dai lunghi anni di oscurità dovuti al regime dell’apartheid, in cui la minoranza bianca ha soggiogato e segregato la maggioranza nera. Il governo uscito dalle prime vere elezioni a suffragio universale sta muovendo i suoi primi, difficili passi. A guidarlo c’è colui che è stato considerato dai precedenti governanti un terrorista: Nelson Mandela. Madiba ha in testa un’idea molto chiara: l’unica strada possibile per la pace è la riconciliazione tra bianchi e neri, in modo che insieme possano costruire un nuovo Sudafrica. E nel cammino un ruolo fondamentale deve averlo la Nazionale di rugby, gli Springboks, che devono trasformarsi da emblema degli afrikaner e della loro politica a squadra di tutti i sudafricani. Per convincere gli scettici di ogni etnia alla vigilia del Mondiale organizzato in casa Mandela chiede al capitano, François Pienaar, e ai suoi compagni di farsi simbolo e aggregatore della Nazione Arcobaleno. A suon di risultati e di operazioni di marketing con il passare dei giorni la nazionale entra davvero nel cuore e nelle menti di un intero popolo, dando piena sostanza allo slogan “One team, one country”.

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Luciana Rota
Luciana Rota
Cresciuta alla scuola del giornalismo della gavetta, quella dei Rota nello sport, con papà Franco (firma de La Notte) e con zio Nino (firma de La Gazzetta dello Sport) è contributor di diverse testate e scrive soprattutto di sport di endurance, turismo attivo, vino, salute e anche di benessere. Ha maturato una lunga esperienza nel mondo dello sport olimpico, anche come consulente di alcune Federazioni (Federciclismo, Federazione Italiana Sport Equestri), ma ha seguito anche Pugilato, Sci Nautico, Triathlon e Scherma. Ama tutto il mondo dello sport all’aria aperta e la cultura della fatica, anche quella che ci porta a guardare con rispetto alla montagna. Ha una vera passione per la storia dello sport e del ciclismo in particolare.

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