Rugby: la Banda Bassotti ed il trofeo Topolino 2012

Rugby: la Banda Bassotti ed il trofeo Topolino 2012

La squadra U12 vincitrice del Trofeo Topolino

Circa un mese fa ho ospitato l’articolo di un dirigente accompagnatore della Capitolina Rugby che ha raccontato l’epica (per lui e per tutti noi genitori) vittoria della compagine U12 al Trofeo Amatori Parma. Si è trattato di un omaggio a tutti i genitori che ogni settimana accompagnano i propri figli in giro per un qualsiasi campo di gara, sia esso di rugby o di basket, nuoto, tennis, arrampicata, ciclismo… La mia intenzione era quella di raccontare un evento di sport (per quanto piccolo) da un “di dentro” diverso, non quello dello spogliatoglio e neanche delle dichiarazioni ufficiali. Quello dei genitori. Nel suo piccolo è stato un successo.
Questo mese ho voluto ripetere l’operazione e ho chiesto ad Athos Di Bartolomeo, prestigioso ed insostituibile dirigente-genitore del Petrarca Padova, che ha accompagnato, in occasione del Trofeo Topolino di rugby, la propria squadra ed il proprio figlio al successo, di raccontare il loro torneo: le emozioni, le paure, le passioni. Mi auguro che questo contribuisca a rendere ancora meglio l’idea del valore culturale dello sport e la sua funzione sociale, oltre che a compensare, anche se solo parzialmente, la squisita ospitalità che tutti i genitori del Petrarca (ma anche del Mogliano, di Torino, di Roma e di tutta Italia) offrono a tutti gli ospiti in occasione dei Tornei.
A.U.

Come si può descrivere un Topolino? Le parole sono difficili da trovare per descrivere due giorni ricchi di emozioni, pieni di sole che batte a martello sulla testa il sabato e di pioggia e freddo la domenica.
Quando comincia un Topolino? Senza andare troppo indietro nel tempo sicuramente il giorno delle convocazioni, il giovedì. Infatti i ragazzi sono troppi per essere portati tutti – ahimè le ferree regole del Topolino non ce lo permettono – e troppo pochi per fare due squadre. È nelle facce scure, negli occhi gonfi di lacrime – che non usciranno mai per orgoglio – che capisci cosa voglia dire per i ragazzi il Topolino. Dura lex, sed lex dicevano i Romani. Nei convocati la gioia e l’esultanza per andarvi sia in chi è ormai un veterano sia in chi vi arriva per la prima volta.
Il venerdì arriva una tegola per la squadra, “Erba” – lo chiameremo così per indicare a quale altezza è abituato a placcare – si infortuna a scuola, uno strappo che gli toglie la possibilità di giocare il suo Topolino da atleta. I ragazzi ne parlano, sono preoccupati perché dietro non si sentono più protetti. Dovranno trovare altre strade per organizzare la propria squadra.
Finalmente arriva il sabato, sveglia a notte fonda perché alle 6.45 i motori del pullman davanti ai campi del Memo Geremia sono già caldi. Si parte!
All’arrivo tutti hanno i loro compiti. Genitori organizzati sanno già su quale campo si gioca e puntuali piantano i gazebo per marcare il territorio, gli accompagnatori avvolti nella frenesia topolinesca si dividono i compiti fra stare con i ragazzi e fare la parte burocratica, i genitori medici sono già pronti con la borsa medica per fare le prime fasciature del mattino e ripassano a tutta velocità i traumi sportivi dei bambini che giocano a rugby – ormai sarebbero in grado di stendere trattati di elevatissima professionalità –. Ed infine i bambini che stando dietro ai loro allenatori si scaldano e cominciano ad essere tesi. L’aria del Topolino si sente!
Inizia il girone. La prima partita che apre le danze è con una squadra con tanti ragazzi grandi al confronto dei nostri che sembrano piccoli piccoli, squadra corposa come il vino prodotto in quelle bellissime terre, quindi l’incontro con chi arriva dalle terre di Caesius circondate dai boschi e poi la squadra dei discendenti del Re Porsenna – sicuramente la più “ostica” del girone – e per finire i ragazzi di Spalatum, la loro prima squadra estera. Il girone, impegnativo ma non di ferro, viene passato a pieni punti, i ragazzi sembrano migliorare di partita in partita. Il mattino i tempi sono lunghi e vi sono tante pause ed i ragazzi, stranamente, invece di fare i diavoli a quattro, passano il loro tempo giocando, ridendo e scherzando, per la gioia degli accompagnatori e degli allenatori… mai stati così tranquilli. Al mattino arriva anche “Erba” che ha costretto i genitori a venire a Treviso, non poteva stare senza la sua squadra. E allora messa su la maglia da gioco è stato nominato “Assistente accompagnatore aggiunto” sul campo!.
E poi a pranzo, mentre il caldo diventava torrido ed il sole si ergeva come ad agosto! Dopo pranzo tutti in palestra a leggere il fumetto facente parte dei gadget e/o ad inventarsi giochi da fare in gruppo di due/tre ragazzi e/o a dormire sul “morbido” pavimento della palestra.
Escono i gironi del pomeriggio, ormai non si scherza più. Il livello si alza e la strada da percorrere è irta di insidie. Il girone dove sono i ragazzi è composto dal Farnetum, dagli inglesi di Carcavelos e dalle Aquile Blu. Un signor girone! Si parte con il Farnetum ed i nostri portano a casa i due punti. C’è caldo, l’acqua data dagli organizzatori è ormai un ricordo, i nostri medici ci dicono che i bambini sono a secco di liquidi ed ecco che pronta parte la spedizione dei genitori, alla ricerca dell’acqua perduta. Raccolte una trentina di bottigliette usate al mattino le vanno a riempire d’acqua che verrà data ai bambini. È un refrain che ci accompagnerà tutto il pomeriggio.. “Acqua ai bambini”, “La andiamo a prendere”, “Ecco datela ai bambini”, “Bambini chi vuole bere?” “Io, io, io …ho sete!” assieme a spicchi di arancia, quando gli allenatori lo permettono! Arrivano gli inglesi, ostici, giocano bene ed sono molto maschi “ostregheta no i xe farina da far ostie”, forse anche troppo con i nostri che rispondono colpo su colpo con placcaggi e pressione. Ed anche questa è fatta! Nel frattempo “Erba” è lì, con i suoi compagni, vorrebbe entrare in campo a “scaricare” la tensione anche lui, ma non può. Gli altri si caricano e si scaricano, lui si carica … e basta! A fine giornata arrivano le Aquile Blu, la partita più temuta. In loro è ancora vivo il ricordo della sconfitta in semifinale subita al Bottacin che le Aquile Blu vinsero contro i Capitolini. L’hanno osservata giocare, hanno elaborato le loro strategie – che sono quelle di bambini, quindi molto semplici –. Prima di entrare in campo sono delle molle tese, crediamo che non scorra più sangue nelle loro vene ma solo adrenalina. Dai loro discorsi pre partita e nei loro occhi affiora una determinazione mai vista. Gli allenatori non fiatano, non preparano schemi, non danno soluzioni. Questa è la partita dei piccoli grandi bambini, non dei grandi. La partita comincia con il calcio dei nostri, il ragazzo delle Aquile Blu non fa in tempo a prendere la palla che … è già a terra, placcato ed i “mufloni” sono già arrivati per formare la ruck e cominciare a lavorare palloni sporchi. Gli otto minuti di quella partita sono interminabili, durissima – ma mai scorretta, da ambo le parti –, avvincente, emozionante. Sembra nell’aria quasi risuonare le strofe della canzone del 24 Maggio “Muti passaron quella notte i fanti; tacere bisognava e andare avanti” Passano i minuti, nessuno marca la meta, la partita si gioca quasi tutta sull’area di meta delle Aquile. Sui recinti la gente continua ad affluire per vedere questo match e si complimenta con entrambe le squadre. Si sente dire “Perché non si è giocata domani pomeriggio?”. Sono le alchimie del Topolino. I genitori delle due squadre incitano i rispettivi ragazzi. Arriva il fischio dell’arbitro la partita è finita con un secco 0 – 0. Siamo primi, pari merito con le Aquile. Vada come vada adesso tocca al regolamento ed è un peccato che una delle due non possa proseguire il suo cammino con le prime quattro. Si scatena la capacità interpretativa dagli accompagnatori burocrati “Cosa vuol dire quella virgola”, “Come si interpreta questo comma?”. Nello scontro diretto siamo pari, quindi via al successivo criterio, la differenza attiva dei punti.. ma siamo ancora pari … non resta che l’età! Lasciamo Treviso senza sapere nulla fiduciosi nel fatto che nella nostra squadra più della metà dei bambini sono 2001 … son proprio giovani!
La sera, il nostro accompagnatore infiltrato all’Avana – era lì con il Camper – legge le classifiche appena appese … siamo passati, ci dispiace per le Aquile che non accedono ai primi 4 posti – arriveranno 5° n.d.r. –.
Al mattino la sveglia suona presto, si parte di nuovo alle 6.45. Il clima è cambiato, la temperatura è scesa di quasi 20 gradi dai 32/33 del giorno prima. Fa freddo, tira un vento di bora e piove. Il viaggio scorre via tranquillo, ma appena si imbocca la via della Ghirada i ragazzi si zittiscono, non parlano più, si guardano. La tensione comincia a salire. Il programma ci assegna la Julia Augusta Taurinorum alle 10.30 e siamo lì alle 8.00. I bambini sono in palestra, giocano, ma si vede che son nervosi. Escono per vedere l’altra semifinale e poi riscaldamento. Al momento dei saluti spicca la differenza fisica, il nostro capitano guarda dal basso in alto quello della squadra avversaria… Sembrano armadi rispetto ai nostri. La partita inizia ed i ragazzi scaricano tutta la tensione giocando come sanno e tengono inchiodati gli avversari che solo poche volte arrivano in zona pericolo. Alla fine portano a casa il risultato, sono in finale! C’è tanto tempo da aspettare ed i ragazzi in palestra giocano e si rilassano, ma più passa il tempo più la tensione sale. Dopo pranzo si parte per Monigo con il pullman, non ho mai fatto un viaggio nel silenzio più totale … quasi quasi gli faccio fare una finale a tutti i tornei così sul pullman posso anche dormire!
Si arriva a Monigo, si solca l’erba bella di questo tempio del rugby italico. Il tempo passa, gli spalti si riempiono ed i ragazzi diventano un fascio di nervi e muscoli in tensione. “Erba” è sempre lì accanto ai suoi compagni ed è tirato anche più di loro. Iniziano le finali, le guardano, ridono e scherzano ed arriva il momento di scaldarsi. Alla fine è il loro turno, contro la Scuola Vendramin due tempi da 10 minuti, tanti! Il calcio d’inizio è liberatorio e la tensione comincia a scaricarsi con tanti errori. Si riprendono ma la Scuola Vendramin non è squadra facile, d’altronde è la finale del Topolino! Ad un certo punto gli avversari trovano il varco, s’infilano sulla linea … ma i placcatori recuperano ed il ragazzo è a terra.. viene anche abbattuta una bandierina .. rischi del mestiere! Il primo tempo finisce sullo 0 – 0. Gli allenatori rassicurano i bambini ed allentano la tensione ed il secondo tempo viene gestito meglio. Gli allenatori fanno i cambi, tutti i ragazzi giocano la finale. Poi arriva la prima meta, si esulta, è liberatoria. Primo dello scadere arriva anche la seconda. È fatta, manca una manciata di minuti, la Scuola Vendramin sente il peso delle due mete e non è più quello di prima. L’arbitro fischia, i nostri esultano, gli altri piangono… entrambi questi gesti raccontano di una pressione, forse troppo grande, che i bambini han dovuto sopportare per arrivare sin qui. Poi il saluto al pubblico, raccolti in cerchio, i bambini delle due squadre alternati è forse l’immagine più bella, non importa chi ha vinto e chi ha perso, hanno combattuto assieme ed assieme salutano il pubblico.
È poi è la festa, la gioia per essere arrivati sino alla fine al Monigo, giocando ogni partita come fosse una finale. D’altra parte per degli scriccioli così era l’unico modo, assieme alle congiunzioni astrali del Topolino – quella partita non si gioca né prima né dopo … – per arrivare in fondo e alzare la coppa al cielo e loro “lo hanno voluto, sempre voluto, fortissimamente voluto”.
È finito il racconto? Quasi, perché nel finale “Erba” è scomparso. Andiamo a vedere cosa fa … Prima gioisce, fa festa .. e poi? Poi si allontana, è solo, perso nei suoi pensieri, è arrabbiato – eufemismo n.d.r. –. Non digerisce il fatto che lui abbia giocato la finale del Topolino lo scorso anno perdendola per 1 – 0 contro le Aquile Blu e quest’anno non sia sul campo. Però, caro “Erba”, lo sai che la Coppa è anche tua che sei stato a dividere con i tuoi compagni due giorni di fatiche e di tensioni, è anche tua perché hai costretto i tuoi compagni a trovare soluzioni e a farli giocare davanti come non mai per non far arrivare palloni indietro per non trovarsi scoperti, è anche tua perché quell’unica volta – ed era la finale ancora sullo 0 – 0 – che una squadra avversaria ha trovato il buco tu hai preso per mano due tuoi compagni affinché facessero il lavoro che fai sempre da solo, è anche tua perché non sei tornato a casa con tuo papà, ma in pullman, con i tuoi compagni.
Grazie “Erba” per essere stato con la tua squadra, i tuoi compagni, i tuoi allenatori ed i tuoi accompagnatori.
Athos Di Bartolomeo

P.S. Questo week end è dedicato a chi non è potuto essere presente, a chi telefonava per sapere come andavano i compagni .. ed esultava sapendo che andavano avanti… “E tacque il Piave; si placaron l’onde”.

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