Cala il sipario sulla RWC 2015. Si alza il vessillo della felce bianca in campo nero degli All Blacks e della squadra che entra nella leggenda di questo sport. Quattro anni, tre sole sconfitte e due coppe del mondo per la squadra di Dan Carter e Richie McCaw, di Ma’a Nonu e Savea, di Milner-Skudder e Aaron Smith. Trovatene altri, nei rispettivi ruoli, migliori e ne riparliamo. Cala il sipario su un’edizione della Web Ellis Cup che ha regalato poche emozioni e solo qualche partita da consegnare alla leggenda. Il bello del rugby comincia e finisce qui, a Twickenham.

Ripercorriamo velocemente questo mese e mezzo. Le uniche vere emozioni l’hanno regalate il Giappone, che schianta in apertura il SudAfrica, il Galles, che butta fuori l’Inghilterra, e l’Argentina, che annichilisce l’Irlanda. Le partite più belle sono state entrambe ai quarti ed anche le più incerte (sarà un caso?), Galles Sud Africa e Scozia Australia. Spettacolo puro: il rugby che ci piace. Tutto il resto, ci verrebbe da dire, quasi bestemmiando, “è noia”.

E’ noia lo spettacolo ormai ad uso e consumo di spettatori e marketing dell’Haka. Più una questione circense che culturale. E’ noia la durezza, protagonista e un po’ ruffiana, di Nigel Owens, che nella sua crociata personale contro il “soccer” ormai sta sfiorando toni da operetta. “Sono noia”, le due finali, quella per il terzo e quarto posto e soprattutto quella che ha consegnato agli All Blacks la terza Web Ellis Cup. Il rugby inizia e finisce a Twickenham.

Nella finale di sabato ha vinto il più forte. Come in quasi tutte le partite di questa edizione del RWC. L’abbiamo spesso detto ed è l’elemento che più piace agli appassionati di questo sport. Non esiste fortuna, non esistono errori arbitrali, non esiste arbitrio. Una partita di rugby è uno scontro aperto e leale (anche se la retorica si spreca) in cui si perde e si vince con pari dignità. Nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni, in cui sovente la sorte e gli elementi esterni giocano un ruolo fondamentale. Aumentano le varianti, aumenta l’incertezza. Il rugby è una sentenza, difficile distaccarsi dalle previsioni, se non impossibile. Qui, in questo elemento, poggia la sua forza e il suo fascino il gioco della palla ovale.

Ma questo “destino segnato”, questa “ineluttabilità” dei più forti mortifica ambiti dell’uomo, dello sport e del loisir che invece rappresentano il bello. Che gusto c’è, chiediamo, ad assistere ad un campionato in cui vince sempre la stessa squadra? Perché devo andare allo stadio per assistere ad un partita di cui si conosce il risultato? Dov’è il divertimento?

Questo a nostro avviso rappresenta un limite alla diffusione del rugby. Perché se le gerarchie sono fisse ed immutabili, allora non si fa proselitismo, ma si colonizza culturalmente, anche sportivamente parlando. Accade così che i tifosi del rugby sono talmente istituzionalizzati da arrivare a tifare, diversamente dagli altri sport, per il più forte, soprattutto se questo veste di nero. Che però resta, per la stragrande maggioranza degli altri sportivi, una realtà a cavallo tra i Globtrotters e un gruppo coreografico.

Il rugby ci sembra stia imboccando una strada opposta a quella del basket NBA. Quest’ultimo, per allargare i confini, ha “contaminato” il proprio campionato con oltre 100 giocatori provenienti dal resto del mondo, facendolo diventare, nella sostanza, un campionato mondiale, in cui ogni bambino, di ogni parte del globo, può trovare il proprio beniamino. Il rugby, invece, soprattutto nella versione RWC, sembra restringere l’élite ai soli paesi del Sud, con particolare focus all’Oceania. Lì si gioca veramente, da lì arrivano i tanti campioni che contaminano i sempre più poveri (di talenti) campionati europei e del nord del mondo. L’identificazione, fondamentale per creare emulazione, diventa sempre più difficile se non per i 3 milioni di abitanti dell’Isola dei Kiwi. Continuando così potremmo rischiare in futuro di ritrovarci (è un paradosso), con due squadre in una finale di Coppa del Mondo provenienti dalla stessa Nazione.

Forse allora avremmo incertezza sul risultato, con un unico dubbio però: sarà premiata l’haka Ka Mate o Kapa o Pango?

Giornalista sportivo e blogger, i miei primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Ho iniziato a scrivere battendo i campi gara di ciclismo per TuttoCiclismo per pagarmi gli studi e alla fine mi sono trovato a farlo per oltre 30 anni. Credo che dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare e che tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono anche convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

2 Commenti

  1. Sono in disaccordo con quanto sostiene nell’articolo.
    Sono anche appassionato di basket ed ex giocatore, oltreché sciatore di alto livello.
    Il rugby ha entusiasmato anche mia moglie, sta imparando le regole.
    Abbiamo visto a Wembley All Blacks Argentina ed a Cardiff All Blacks Francia.
    Lei parla del basket, della NBA, ma vivendo per tre anni negli USA ho potuto constatare di persona che solo le squadre più ricche e forti vincono.
    Nel calcio, sport da signorine e ragazzini viziati, i milioni di euro regalati a piene mani da sceicchi ed oligarchi russi permettono alle squadre di prima fascia di vincere sempre e comunque.
    Viva il Rugby, sport di uomini.
    Con simpatia

  2. Giorgio, per capire qual è l’evoluzione di uno sport bisogna allargare uno sguardo ad un periodo storico più lungo. All Blacks e Springboks erano tali già i primi anni del 1900 e la Coppa del Mondo di rugby, da quando è nata nel 1987, ha visto vincere solo 4 squadre (Nuova Zelanda, Sud Africa, Australia e Inghilterra). Il ranking internazionale ci dice che la Nuova Zelanda, a parte qualche raro caso, è in testa da quando è stato istituito e tra le prime 10 squadre cambiano di solito solo le ultime due. Insomma il panorama internazionale è fermo, da anni… quasi secoli.
    Prendiamo il basket. Olimpiadi e Campionati del Mondo sono stati vinti all’esordio sempre dagli USA. Poi sono arrivati i Sovietici, che hanno posto il “problema”. Con la caduta del muro sono cresciuti i paesi dell’ex blocco mettendo in crisi la supremazia USA che, per non restare esclusa dalle Olimpiadi e rimediare brutte figure, ha aperto ai campioni NBA. Dopo i fasti del Dream Team di Jordan e Johnson anche i campioni NBA si sono dovuti piegare a squadre come Jugoslavia, Lettonia, Argentina… Cosa era accaduto? la NBA aveva allargato le proprie franchigie a campioni pescati in giro per il mondo. Per questioni di marketing e per innalzare il livello (e lo spettacolo) generale. A livello internazionale gli USA sono sempre la Nazionale di riferimento, ma non esiste quella staticità nel ranking che troviamo nel rugby.
    Torniamo alla palla ovale. Il Campionato del SuperXV che si gioca al sud è una fucina di talenti solo per i tre paesi leader (Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa). Chi non trova spazio in quel campionato, viene ad occupare il posto nei campionati del nord che, in alcuni casi come in Francia, pagano bene e presenta un livello minore. In Italia arrivano addirittura le 3_4 scelte. Questo non fa crescere i nostri campionati, ma li impoverisce. Sarebbe opportuno, invece, che i paesi del Sud venissero qui a cercare talenti e campioni da inserire nelle proprie squadre, proprio come fa il basket NBA. In Italia abbiamo i bambini di basket che sognano di diventare come Gallinari e Belinelli. Riempiono le scuole di basket con questo sogno e il movimento, tra i tanti problemi che ha (e ce ne sono…) va avanti. Per quanto riguarda il rugby, invece, il sogno è di diventare, se va bene, come Castro o Parisse (che sono argentini), oppure come Carter, sapendo però che non lo diventeranno mai, perché nel nostro paese non c’è futuro… Neanche di poter andare un giorno a giocare ad Auckland.
    Con altrettanta simpatia: viva il rugby!

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