Sin dai primi tempi della sua diffusione il gioco gli scacchi si scontrò con quella che potremmo definire l’ostilità delle autorità religiose, e in particolare della Chiesa in Italia: ma per comprendere meglio la questione, è meglio prima di proseguire sintetizzarne l’evoluzione storica.
Sin dai primi tempi della sua diffusione il gioco gli scacchi fu considerato un passatempo bello ma lungo, che molto spesso impegnava per troppe ore e molte volte assorbiva tutto l’interesse e tutte le energie di chi giocava, così da distogliere da ogni altra attività.
Per questo, per evitare troppo lunghe riflessioni sulle mosse, spesso si giocava con l’ausilio dei dadi: tirando i dadi si designava il pezzo da muovere, a prescindere dalla logica della posizione. Così non solo si velocizzava la partita, ma si evitava che il più bravo vincesse sempre, il che permetteva e anzi invitava alle scommesse.
E a quanto pare gli scacchi distraevano anche il clero dagli obblighi religiosi tanto che già nei primi decenni dell’anno Mille venne emanata una regola per i chierici di Spagna (dove maggiore era l’influsso della cultura islamica) secondo la quale non dovevano ‘perdere tempo’ giocando a scacchi. Ma la scintilla dell’ostilità religiosa verso gli scacchi era destinata a scoppiare in Italia.
Va ricordato dal punto di vista storico che, con l’anno Mille, superati i grossi timori della fine del mondo, tutta la Penisola fu pervasa da uno spirito nuovo. Anche la Chiesa si adeguò e la riforma operata da Gregorio VII (Ildebrando dei Graziani, 1073-1085) diede i suoi frutti nell’opera di Pier Damiani, che sarebbe poi diventato vescovo di Ostia e in seguito proclamato santo e che Dante metterà in Paradiso; fu una delle figure di primo piano del secolo XI: con la sua parola impetuosa si scagliò contro la malvagità umana, contro l’antipapa Benedetto IX e combatté soprattutto contro i vizi del clero che a quanto pare a quell’epoca si abbandonava troppo spesso e volentieri a cure ed interessi mondani … e si dedicava con eccessivo slancio al gioco degli scacchi, di cui Pier Damiani ottenne la condanna papale.
Tutto ebbe origine quando nell’ottobre del 1061 Pier Damiani, di passaggio a Firenze, venne informato che il vescovo locale, che risiedeva nella allora più importante vicina Fiesole, sarebbe sceso nel borgo per celebrare la Messa. Ma a quanto pare il vescovo si mise a giocare a scacchi con il sacrestano e dimenticò l’impegno!
Pier Damiani lo scopri e subito scrisse una lettera al Papa (Alessandro II – Anselmo da Baggio, 1061-1073), scagliandosi violentemente contro il gioco, del quale chiese e ottenne la messa al bando. Pier Damiani nella sua lettera al Papa definì il gioco degli scacchi “disonesto, assurdo e libidinoso”; e inoltre ne approfittò per abbinare gli scacchi ai dadi, che come gioco d’azzardo erano proibiti dalla Chiesa: per questo Papa Alessandro II, tra l’altro eletto da poco, di fronte alla lettera di Pier Damiani non poté fare altro che sancire il divieto anche per gli scacchi.
La condanna papale venne però superata in primis dai nobili che, felicissimi di avere la possibilità di fare qualcosa che contrastava il Papa, dopo aver ufficializzato la netta differenza tra il gioco degli scacchi e il gioco dei dadi, si misero tutti a giocare a scacchi Anzi, verso il 1070 Pedro Alfonsi, medico di Alfonso VI di Castiglia e Leon, inserì gli scacchi tra le discipline cavalleresche.
E anche il popolo in realtà continuò a giocare a scacchi, senza preoccuparsi troppo della condanna ecclesiastica: le carte e la dama non erano ancora stati inventati, e quindi gli scacchi erano praticamente il solo passatempo dell’epoca.
Per esempio secondo i cronisti dell’epoca nel gennaio del 1168 nella città di Pisa l’inverno fu particolarmente rigido e le acque dell’Arno ghiacciarono al punto che uomini e donne usavano recarsi sul fiume e porre sul ghiaccio tavoli e sedie, poi giocavano a scacchi.
Per qualche decennio gli scacchi rimasero in una sorta di limbo, ma la loro diffusione sembra sia stata costante visto che nel 1196 Oddone di Sully, vescovo di Parigi, proibì formalmente il gioco degli scacchi ai chierici.
Due anni dopo, nel 1198 divenne papa (fino al 1216) Innocenzo III – al secolo Lotario dei conti di Segni, che era un appassionato scacchista, tanto che sul suo stemma si trovava una scacchiera sulla quale era posata un’aquila. Ciononostante in occasione del Concilio plenario di Parigi del 1212 fece ribadire la condanna agli scacchi. Forse la condanna ebbe più influsso in Francia: infatti nel 1254 il re di Francia Luigi IX, poi canonizzato come san Luigi, al rientro dalla Terra Santa per la morte della madre (era stato quattro anni presso gli infedeli in Egitto dopo la Crociata del 1248) ribadì la proibizione di Oddone di Sully del 1196 e proibì gli scacchi con una ordinanza. Molti dissero che questa decisione fu dovuta soprattutto alle molte sconfitte subite in quei quattro anni nelle partite a scacchi, ma vera o no che possa essere questa malignità, l’anno dopo, in occasione del Concilio cosiddetto Biterrense del 1255, riunito a Bèziers, si registrò la condanna “ufficiale” del gioco da parte della Chiesa, confermando così l’ordinanza di Luigi IX.
Nel 1300 (e poi via via negli anni successivi) si ebbe la condanna del gioco da parte della Chiesa greco-ortodossa. Più tardi, nel 1310, il Concilio di Trier ribadirà la proibizione del gioco e nel 1329 il Sinodo di Wurzburg confermerà Trier. Con alterne vicende la condanna ecclesiastica degli scacchi durerà ancora altri duecento anni. Ma si continuò a giocare, soprattutto tra i nobili.
Anzi in poesie francesi medievali si legge che tre cose sono indispensabili ad un cavaliere: un mantello, un’arpa e una scacchiera. E un detto popolare affermava che tre cose si trovavano sempre e dovunque: una donna, una spada e una scacchiera.
Bisognerà attendere la fine del Cinquecento per la completa e definitiva riabilitazione del gioco. Fu un Medici, Giovanni, figlio di Lorenzo il Magnifico, che nel 1513 divenne papa con il nome di Leone X, ad aprire la strada per la revoca della condanna ecclesiastica: fin da giovane grande appassionato di scacchi, negli otto anni del suo pontificato protesse il gioco e ne favorì la diffusione, anche e forse soprattutto nell’ambito delle strutture ecclesiali. La passione per il gioco degli scacchi di Leone X fu tale da essere segnalata perfino nella imponente opera in 40 volumi “Storia dei Papi (dal 1305 al 1798)” di Ludwig Pastor.
Fu grazie all’influsso di Leone X che santa Teresa d’Avila parlò positivamente degli scacchi nella sua opera “Il cammino alla perfezione”, scritta tra il 1564 e il 1566. Da ricordare che il 14 ottobre 1944 il vescovo di Madrid ha proclamato santa Teresa di Avila patrona degli scacchisti. E finalmente, agli inizi del Seicento, il gioco degli scacchi venne dichiarato di nuovo lecito per tutti in maniera ufficiale da san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, che nella sua “Introduzione alla vita devota”, scritta ad Annecy nel 1608, controbattè l’editto di Luigi e la condanna dei Concilii.
Da notare che un solo altro papa fu citato dal Pastor nella sua monumentale opera per la sua abilità di scacchista: Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1652-1740) papa dal 1730. Sembra fosse davvero un provetto giocatore, visto che Pastor scrisse che “amava mostrare la sua acutezza nel gioco degli scacchi, in cui era maestro”. Inoltre secondo l’anonimo autore delle ‘Memorie del pontificato di Clemente XII’ il papa “amava il gioco per divertimento, specialmente quello degli scacchi in cui aveva pochi uguali e meno superiori”.
Fra i libri del papa non mancava un importante codice scacchistico: il Trattato del nobilissimo gioco de’ scacchi di Gioacchino Greco, calabrese, forse già presente nella biblioteca papale, essendo dedicato ad un non identificato cardinale di casa Orsini. Ma Clemente XII – o forse il nipote, il cardinale Neri Corsini – lo volle includere fra i propri libri, facendo imprimere nella legatura l’arma della casata ed è tuttora conservato nella Sezione Corsiniana della Biblioteca dell’Accademia dei Lincei.
Adolivio Capece
