Scacchi a scuola per costruire l’Europa

Scacchi a scuola per costruire l’Europa

Scacchi a scuola, scacchi, interrogazione parlamentare scacchiIl 15 marzo 2012 il Parlamento europeo ha approvato una dichiarazione scritta (la 50/2011) nella quale si invitano formalmente i Paesi della UE ad inserire gli Scacchi a scuola, tra le materie curriculari.
I motivi che soggiacciono ad una simile decisione, forse perché ritenuti scontati, vengono illustrati in una veloce enunciazione, che riportiamo integralmente:
“…
B. considerando che il gioco degli scacchi è accessibile ai ragazzi di ogni gruppo sociale, può contribuire alla coesione sociale e a conseguire obiettivi strategici quali l’integrazione sociale, la lotta contro la discriminazione, la riduzione del tasso di criminalità e persino la lotta contro diverse dipendenze;
C. considerando che, indipendentemente dall’età dei ragazzi, il gioco degli scacchi può migliorarne la concentrazione, la pazienza e la perseveranza e può svilupparne il senso di creatività, l’intuito e la memoria oltre alle capacità analitiche e decisionali; considerando che gli scacchi insegnano inoltre determinazione, motivazione e spirito sportivo…”.
Tale dichiarazione, lasciata inevasa dal nostro Parlamento, impegnato in questo periodo in questioni apparentemente più urgenti, ha portato ad una interrogazione parlamentare, da parte dell’on. Carrescia (PD), il 20 novembre scorso.
Un intervento, questo, sicuramente più complesso ed argomentato rispetto alla dichiarazione di Strasburgo, che ripropone un tema non rinviabile dai nostri legislatori: l’adeguamento dei programmi scolastici a nuove discipline, più utili ai fini della formazione.
La validità dell’insegnamento degli Scacchi nella scuola primaria è dimostrata da diversi studi, molti di parte (ovvero organizzazioni scacchistiche), alcuni indipendenti ed autorevoli. Chi ha conoscenza di questo straordinario gioco (alcuni hanno difficoltà a chiamarlo sport), sa che l’apprendimento degli scacchi aiuta diverse attitudini e rappresenta una fondamentale palestra mentale per la vita di tutti i giorni.
Il fatto che l’Armenia e l’Ungheria, prima di tutti gli altri paesi, abbiano introdotto nei propri programmi scolastici lo studio obbligatorio della materia appare poco significativo a quanti guardano questo aspetto con occhio superficiale. E’ vero, infatti, che entrambi i paesi sono arrivati a questa decisione per “omaggiare” la tradizione sportiva nazionale, già capace di produrre maestri, come le sorelle Polgar (per quanto riguarda il paese magiaro), o campioni del mondo come Petrosjan e Kasparov (azero, ma di madre armena), per il paese asiatico. Però leggendo le motivazioni di tale decisione, soprattutto nel caso dell’Armenia, traspare anche la volontà di formare le future generazioni alle sfide della globalizzazione e della modernità.
Fino a poco tempo fa si favoleggiava dell’insegnamento degli scacchi a scuola in Russia, facendolo risalire alla passione sovietica per questa disciplina. Si favoleggiava, però, perché la realtà era diversa. Ecco cosa ebbe a dichiarare Kasparov in occasione di una sua intervista in Italia: “Ho cominciato a giocare a cinque anni, ma non ho imparato a scuola. E’ un grosso fraintendimento il fatto che nel sistema scolastico sovietico fossero inclusi gli scacchi. Il sistema però ha sempre avuto una rete di selezione molto efficace ed è stata questa selezione che ha permesso di far emergere un Karpov o un Kasparov. Era nell’interesse del regime comunista mantenere questa predominanza sovietica nel mondo degli scacchi: non c’era assolutamente nessun interesse dal punto di vista dell’istruzione e dell’educazione…”
Un utilizzo contrastato, visto che subito dopo la Rivoluzione, gli Scacchi vennero dichiarati “attività borghese” e per questo banditi, per poi essere invece riabilitati, sulla scia dei successi mondiali di Chigorin prima, Romanovskij e Alekine, dopo. Il gioco, nel più grande paese slavo, si imparava fin da bambini e già nel 1924, nel momento della nascita della Federazione Internazionale quella Sovietica era in assoluto la più numerosa.
In Russia gli scacchi arrivarono attorno all’anno 1000, leggermente in ritardo rispetto all’Europa Occidentale. Divennero un breve un gioco popolare, se è vero che attorno il 1500, in piena Riforma e Controriforma, nel tentativo di moralizzare i costumi, diversi sovrani li vietarono. Vennero banditi anche da Ivan il Terribile, ricordato come il primo grande occidentalista della storia russa (pare, per ironia della sorte, che morì proprio mentre intento in una partita di scacchi). L’arte di Caissa, ai giovani russi, veniva trasmessa con il latte materno se è vero, come pare, che in una società per certi versi matriarcale come quella slavofila, gli Scacchi il più delle volte venivano insegnati dalle madri (emblematica in questo senso la scelta di Kasparov di assumere il nome della madre). La rivoluzione del ‘17 ci mise poco a scoprire il fascino ed il valore degli Scacchi per esaltare le capacità del sistema agli occhi del mondo. Ed anche se Alekine se ne andò presto all’estero, Nikolai Krylenco, già da comandante in capo dell’Armata Rossa, sdoganò questo sport facendolo diventare palestra per militari e strateghi.
Ma il gioco ha fatto parte della storia e della cultura dell’Europa ben da prima, come ogni buon giocatore sa, con contribuiti alla teoria forniti da spagnoli, italiani, francesi… Si può anzi dire che l’identificazione tra Scacchi, pensiero matematico e razionale è stata una cifra dei giocatori europei, grazie anche ad alcuni campioni del mondo, come Lasker e Botvinnik, che rappresentarono i migliori testimonial di una tradizione che intreccia i suoi destini con la cultura ebraica mittleuropea, capace di produrre i più grandi personaggi dell‘800 e ’900.
Forse per questo la Comunità Europea, alla perenne ricerca di radici comuni dell’Idea di Europa, piuttosto che il Cristianesimo ha deciso di puntare, anche se probabilmente senza saperlo, sull’insegnamento degli Scacchi. Nel nostro piccolo non possiamo che compiacercene.
Antonio Ungaro

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