Sei Nazioni 2017, una disfatta che viene da lontano

Si chiude un torneo deludente per gli azzurri e che ha mostrato, ancora una volta, i limiti del nostro sistema sportivo.

Sei Nazioni 2017, una disfatta che viene da lontano

Non sappiamo se l’Italia del rugby meriti o meno di stare nel 6 Nazioni. Siamo sicuri che non lo meriti questa Italia; quella, per intenderci, vista all’opera nelle partite del Torneo 2017. Non vi è stato un elemento, nonostante la buona volontà di un irlandese capoccione com’è O’Shea, che ci permette di sorridere e vedere il bicchiere mezzo pieno.

Al termine della sconfitta, bruciante, contro la Scozia (29-0, cucchiaio di legno già conquistato, condito da un whitewash che più bianco non si può) il tecnico irlandese ha lanciato il suo j’accuse:”Ci sono le potenzialità, ma non si può più andare avanti così. Bisogna rinunciare ai personalismi…”.

I commentatori del giorno dopo hanno identificato il soggetto dell’accusa nella Federazione, che investe poco nella Nazionale e nelle franchigie. Non sappiamo quanto la FIR investe nelle Nazionali; siamo certo che i soldi che vanno alle Zembre sono buttati, come anche quelli delle Accademie.

Mentre O’Shea lanciava il suo grido di dolore, quasi contemporaneamente il presidente Gavazzi puntava il dito contro la direzione tecnica della Nazionale U20, anch’essa alle prese con una “sbiancata” epica (5 partite, 5 sconfitte): “Siamo i più forti – pare abbia detto – a parte forse l’Inghilterra, ma alla fine abbiamo perso con tutte.. così non va.“. Peccato che l’attuale direzione tecnica della Nazionale sia stata scelta da lui… Dobbiamo intenderci su un concetto: criticare, all’indomani di una debacle simile (zero vittorie anche per la Nazionale femminile) è doveroso. Ma ognuno si deve assumere le proprie responsabilità, a cominciare da chi ha le leve del potere e che artefice di questo stallo.

Prima di tutto il Presidente, poi anche i tecnici delle Nazionali, compreso il buon O’Shea, che ha avuto il tempo per fare qualcosa ed invece l’unica novità in grado di presentare è stato l’indecente (alla luce dei fatti non si può definire altrimenti) trovata contro l’Inghilterra.

Però in queste “critiche” c’è molto del vero. Accettiamo la sfida e proviamo ad analizzare le parole di O’Shea per capire verso chi possono essere rivolte.

“Bisogna rinunciare agli interessi personali…”. A chi si riferisce? Forse a qualche club che pensa a vincere il campionato Eccellenza con qualche straniero-vacanziero qui in Italia invece di puntare sui giovani? Oppure alle franchigie sostenute, da quello che ci risulta, con grandi oneri dalla FIR ma che evidentemente dilapidano i soldi ricevuti? Oppure ai vertici della stessa FIR, incapace di puntare sul valore per favorire aeree geografiche espressione di voti sicuri? Forse a tutto questo ed altro ancora.

Sulle Accademie, chi è dell’ambiente ha le idee chiare: nella maggioranza dei casi carrozzoni buoni solo a far lavorare tecnici e favorire non gli atleti meritevoli ma quelli disposti ad andarci. Inoltre i metodi di selezione nella maggior parte dei casi vengono ancora affidati a parametri “oggettivi” (altezza, peso, massimali) che dimostrano l’incapacità dei nostri tecnici di individuare il talento, di capire (e insegnare) il rugby.

Aggiungiamo noi un dato che nessuno finora ha sottolineato ma che forse meriterebbe di essere quanto meno preso in considerazione. Le Nazionali dovrebbero selezionare i migliori del movimento espressi dai campionati nazionali (e non dalle Accademie). Un metodo semplice, valido in qualsiasi sport, soprattutto nel rugby che ha bisogno di ricostruire una propria credibilità. I campionati U16 e U18 sono ancora validi, non inquinati da stranieri-vaganti al soldo del miglior offerente. Convocare gli atleti che vincono e si mettono in luce in questi dovrebbe essere la logica conseguenza di una Federazione che vuole vincere crescere.

O’Shea nella sua accusa pensava forse a questo?

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