Sei Nazioni, Italia Irlanda una sconfitta che rimette tutto in discussione

L'Italia perde sonoramente contro l'Irlanda e dall'estero in molti si chiedono se abbiamo ancora diritto a restare nel torneo.

Sei Nazioni, Italia Irlanda una sconfitta che rimette tutto in discussione

Mai come in questa contingenza storica, il rugby italiano rischia seriamente di tornare indietro di 20 anni. Anzi, se ci pensiamo bene, sarebbe quasi da auspicarlo, visto che negli anni ’90 riuscimmo a costruirci, con sudore e fatica, il diritto di sedere al tavolo del torneo più antico e prestigioso al mondo, il Sei Nazioni.

La sconfitta di sabato contro l’Irlanda, nella seconda giornata del Sei Nazioni 2017 riapre ferite mai sopite. Polemiche estere, sull’effettiva utilità e necessità di aver la nostra nazionale nel 6 Nazioni. In un’intervista a Le Figaro (qui) Bernard Lapasset, presidente della Rugby World, si è chiesto se sia ancora il caso di pensare al torneo in questa maniera oppure se non sia più corretto che l’ultima del 6 Nazioni la stagione successiva si contenda il diritto a partecipare con la migliore del torneo europeo. Il dirigente francese cita apertamente l’Italia, n. 13 del ranking, e della Georgia, n. 12. Perché dentro Parisse & Co e non gli altri?

Vedere l’imbarazzante prova dei ragazzi di O’Shea sabato all’Olimpico non aiuta. Tant’è che Le Equipe oggi titolava “L’Italie a-t-elle encore sa place dans le Tournoi des 6 Nations?” (l’Italia ha ancora diritto ad un posto?) e nel successivo sondaggio la grande maggioranza dei lettori del giornale sportivo parigino risponde “no”. Insomma l’orizzonte, per il rugby italiano, è foriero di tempesta. Non aiutano le parole di Favaro: “Le sconfitte aiutano a crescere“. Sarebbe così se ci fosse una strategia, un progetto e soprattutto una tradizione in grado di raddrizzare le cose. Con quella di ieri sono 17 le sconfitte nel torneo negli ultimi tre anni. Quante ancora ne dobbiamo sopportare per poter finalmente “crescere”?

Negli anni addietro abbiamo sempre ricordato, quando tutta la stampa, profana di sport, si entusiasmava per le nostre “belle sconfitte“, che perdere non aiuta e non esistono sconfitte onorevoli. Soprattutto nel rugby. Quelle partite perse, che magari con un’altra mentalità sarebbero diventate vittorie di misura, stavano a sottolineare la pochezza del nostro movimento, non ancora in grado di produrre una Nazionale decente. Finito il tempo dei Troncon e Dominguez, l’Italia di Parisse e Favaro è stata una delusione.

Soprattutto è stata una delusione la politica della FIR che ha avuto mezzi e tempo per provare a costruire sulle ceneri di quella nazionale che, lo ricordiamo, ci portò dove siamo. Si è detto molto sul modo discutibile di spendere i tanti soldi federali (la FIR è la seconda federazione italiana più ricca dopo quella del calcio, proprio grazie ai diritti del 6 Nazioni). Buttare risorse per allestire due franchigie in celtic è stato un errore. Si sapeva dall’inizio, ma si è preferito foraggiare aree importanti dal punto di vista elettorale (Treviso e zona padana) mentre sarebbe stato meglio sostenere tutto il circuito dell’Eccellenza. Oppure, come fatto da altri paesi in altri sport, lavorare solo sul gruppo della Nazionale: selezionare 30 atleti e formare il gruppo.

Quando si sono iniziati a sentire i primi scricchiolii, gli eterni ottimisti (o in malafede) ci hanno detto: “Attendete, anche la Francia prima di vincere il 6 Nazioni ci ha messo 30 anni…”. Altro secolo! La realtà dello sport moderno impone tempi più brevi. L’Argentina dopo un anno di Four Nations ha praticamente recuperato il gap con le tre big dell’emisfero australe. Prima i cugini americani ci erano vicini, adesso ci guardano da lontano. Come hanno fatto? Eppure gli indicatori macroeconomici di Argentina e Italia sono talmente squilibrati (a favore nostro, abbiamo più abitanti, un pil maggiore, minor debito, minori sacche di povertà, una maggiore scolarizzazione, una classe media più numerosa e con un maggior reddito procapite…)  che se l’hanno fatto loro in un anno, noi avremmo dovuto metterci la metà del tempo.

I 50.000 dell’Olimpico (dopo i 40.000 della partita di esordio), ci fanno capire che l’aria sta cambiando. I tifosi della “domenica”, occasionali e modaioli si stanno stancando. Tra poco, se continuiamo di questo passo, anche il Flaminio sembrerà troppo grande. Un bene forse per i pochi nostalgici di un rugby di altri tempi, fango e botte, ma non per noi. Noi che eravamo presenti all’esordio in questo torneo al Flaminio in una fredda ma limpida giornata di febbraio in sparuta compagnia e che non vorremmo conservare quel ricordo come il momento più bello di tutta la nostra avventura nel torneo.

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