EditorialiSi chiamava Shahida Raza, giocava per abbattere gli steccati

Si chiamava Shahida Raza, giocava per abbattere gli steccati

“Affinché le donne possano progredire in Pakistan, non abbiamo bisogno di tracciare ancora più confini tra di loro”, disse Rubina Irfan mentre dava vita, a Quetta, capitale del Belochistan, alla squadra di calcio femminile Balochistan United W.F.C.

Non sto scrivendo di una squadra comune e non sto raccontando una storia allegra. La notizia, di queste ore, è che tra le 67 vittime del naufragio della Spiaggia dello Steccato di Cutro vi è anche Shahida Raza, 27 anni, capitana della nazionale femminile di hokey su prato del Pakistan e giocatrice della squadra di calcio della presidente Rubina, che fondò la squadra nel 2004 per affrancare la figura delle donne di quella regione, al confine con l’Afghanistan, dalla nefasta influenza dell’ISIS e dei Talebani. Una squadra in cui si può giocare indipendentemente dal credo religioso, perché le donne in Pakistan non hanno bisogno di altri steccati oltre a quelli già presenti.

Proprio per andare oltre uno di questi steccati che Shahida ha affrontato il duro e pericoloso viaggio dal Pakistan all’Occidente. Tra la Turchia e l’Italia lo Ionio gli è stato fatale. Ha lasciato chissà dove la sua figlioletta; autorità italiane e pakistane pare escludano che fosse con lei.

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Si dice che scappasse dalle persecuzioni, nei confronti delle donne e della sua etnia, hazara, popolazione perseguitata da tempo. Sperava in un futuro migliore e la sua fiducia in questo Occidente incapace di accoglierla è forse la cosa che mi lascia più interdetto e che mi fa riflettere. Ma non trovo risposta.

Personalmente trovo che noi occidentali, ed anche l’Europa sulla quale riponevo qualche speranza, siamo incapace di elevarci rispetto alla disumanità imperante. Anzi, con le nostre pance gonfie, come i conti correnti, dentro le nostre case ben stabili (se non arriva qualche semplice terremoto o inondazione) non troviamo di meglio che biasimare chi si mette per mare ‘con questo tempo’.

Come se fosse questione di clima e non di voglia (per dirla alla Guccini), di fuggire dalla miseria e dalla guerra. Non trovo nulla di affabile in questo nostro occidente e neanche nobile. Nel nostro modo di (non) accogliere chi ha bisogno; nella colpa di girarci sempre dall’altra parte e trovare una giustificazione a tutto, compresa la nostra voglia di non essere disturbati.

Invece Shahida, donna emancipata in un paese che non ti perdona, sportiva di quelle toste, che saltella su più campi; che sa cosa significa sudore, rispetto e fatica; che non ha paura del futuro perché basta un goal per cacciare la paura e farci sentire più vicini; perché forgiata sui campi da gioco, come voleva (sognava o si illudeva) De Coubertin; che sudava per un secondo in meno sui 100 e un minuto in più in partita; che ha vissuto una gravidanza che per noi uomini è già peggio che scalare l’Everest; che è cresciuta al confine con il demonio, leggi Talebani; che non aveva paura di giocare e corre… lei ci vedeva come ultima estrema speranza. Mentre noi, voltati dall’altra parte, attendevamo che il vento calasse, per andarli a prendere.

Ringrazio sinceramente i media, giornali locali ed anche i maledetti social, che hanno dato un volto, un nome e una storia a questo ‘piccolo principe’ che cercava la pecora per la sua rosa. Una pecora impossibile da trovare qui in Occidente. Una rosa che mi voglio illudere ce la farà anche senza.

foto ripresa da il sito ‘Il crotonese.it’

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Antonio Ungaro
Antonio Ungaro
Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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