
Tra i tanti commenti alla vittoria di Sinner a Wimbledon della stampa estera spicca il confronto realizzato dal quotidiano tedesco Bild il quale, partendo dal premio destinato al vincitore e allo sconfitto (rispettivamente 4,2 milioni di euro e 2,1 milioni), mette di fronte tennis e ciclismo dal punto di vista economico. Il confronto è impietoso: il vincitore del torneo più importante del tennis prende circa otto volte quanto incasserà il vincitore del Tour de France (500 mila euro). Per comprendere come sia possibile un tale divario, l’analisi si articola su tre elementi fondamentali: il modello di business, il rapporto tra sforzo e remunerazione e la redistribuzione dei premi.
Il paradosso dello sforzo fisico
I media tedeschi evidenziano un contrasto brutale tra lo sforzo richiesto per vincere e il ritorno finanziario generato. Per conquistare la maglia gialla al Tour de France, un ciclista trascorre tra le 80 e le 90 ore in sella, affrontando tre settimane di sofferenza estrema su salite leggendarie, esposto a qualsiasi condizione climatica e con soli due giorni di riposo (in questa edizione si aggiunge il problema del caldo). La preparazione di un corridore richiede allenamenti quotidiani che vanno dalle 4 alle 7 ore, a prescindere dal meteo. Jannik Sinner, da parte sua, per vincere il torneo di Wimbledon, ha disputato complessivamente circa 18 ore di gioco effettivo, usufruendo di un giorno di riposo sistematico tra una partita e l’altra.
Redistribuzione collettiva vs. proprietà individuale
Il titolo sembra richiamare una questione prettamente politica e forse un po’ è così. Un’altra enorme differenza tra i due sport risiede nella destinazione finale di questi soldi. Nel tennis il prize money vinto sul campo appartiene interamente al giocatore. Sinner utilizzerà poi queste risorse per pagare le tasse e finanziare il suo staff di super-esperti (coach, preparatori atletici, fisioterapisti), ma la titolarità del milionario assegno rimane sua.
Nel ciclismo professionistico, invece, vige una regola non scritta ma ampiamente consolidata. I 500.000 euro vinti dal trionfatore del Tour non rimangono generalmente nelle sue tasche: l’intero montepremi accumulato dalla squadra durante le tre settimane viene versato in un fondo comune e distribuito, secondo criteri stabiliti internamente, tra i corridori e il personale del team. Questo include i compagni di squadra (i gregari), ma anche i meccanici, i massaggiatori, i direttori sportivi, gli autisti dei bus e il personale logistico. I ciclisti di prima fascia, come Tadej Pogačar, che guadagna secondo alcune stime circa 8 milioni di euro l’anno, traggono la quasi totalità del loro reddito dallo stipendio fisso pagato dagli sponsor del team, non dai premi di gara.
Biglietteria e controllo dello spazio fisico
La radice di questa asimmetria finanziaria, secondo l’articolo di Bild, si trova nel modello di monetizzazione dello spettatore.
Il tennis è un sistema chiuso a sbarramento. Tornei come Wimbledon si giocano in club privati e stadi delimitati. Questo consente agli organizzatori di controllare gli accessi e di vendere biglietti e pacchetti esclusivi di hospitality aziendale a prezzi altissimi. Gran parte degli spazi dell’evento viene monetizzata tramite sponsorizzazioni di lusso, come Rolex, e diritti televisivi venduti direttamente a emittenti globali.
Il ciclismo, invece, è uno spazio pubblico aperto, uno dei pochissimi sport d’élite ad accesso completamente gratuito per il pubblico che si accalca lungo le strade. Non essendoci biglietteria, se si escludono limitate tribune VIP in arrivi particolarmente iconici, come quello ai Campi Elisi, gli organizzatori non possono estrarre valore economico diretto dai milioni di spettatori presenti sul percorso. Le squadre di ciclismo dipendono quindi in larghissima parte dai soldi dei loro sponsor, spesso multinazionali, miliardari o consorzi statali, poiché l’organizzatore del Tour, l’ASO, mantiene la quota principale dei ricavi derivanti dai diritti televisivi, dai contributi degli enti locali coinvolti nella gara e dalle attività commerciali, senza redistribuirli in modo significativo ai team.
In questo ambito diventa interessante analizzare, cosa che l’articolo di Bild non fa, quale percentuale occupino i premi dei due eventi di riferimento, Wimbledon e il Tour de France, rispetto ai ricavi complessivi incassati dagli organizzatori. I ricavi dell’edizione attuale di Wimbledon sono stimati in oltre 500 milioni di euro. Il montepremi complessivo è stato portato a 75 milioni di euro, pari al 14,4% dei ricavi complessivi. Da notare che, seppure incrementato rispetto allo scorso anno del 20%, anche sulla base delle proteste dei giocatori, il peso dei premi sui ricavi è rimasto sostanzialmente stabile nel tempo.
Completamente diversa la questione nel Tour. ASO, organizzatore della corsa francese, non rende noti i bilanci. Questo rende difficile identificare il fatturato complessivo della corsa. Una stima molto prudente condotta dal Sole 24 Ore indica in circa 180 milioni di euro il ricavo annuo, di cui oltre il 50% derivante dai diritti televisivi. Altre stime collocano il fatturato complessivo del Tour tra i 180 e i 200 milioni di euro. Certa, invece, è la cifra complessiva destinata ai premi: 2,3 milioni di euro. L’incidenza dei premi, pertanto, si colloca tra l’1,1% e l’1,3%. Si tratta di una percentuale molto ridotta rispetto a quella che sono riusciti a strappare i tennisti. Se ciclisti e squadre fossero capaci di farsi riconoscere la stessa quota dall’organizzazione, ovvero il 14,5%, il montepremi complessivo del Tour dovrebbe collocarsi tra i 26 e i 29 milioni di euro. La vera differenza si gioca proprio in questo.
La classe operaia di tennis e ciclismo
L’articolo di Bild conclude con una similitudine tra i due sport legata agli ultimi del gruppo, per usare una metafora ciclistica. Nel WorldTour maschile il minimo salariale varia a seconda dello status contrattuale e dell’anzianità, collocandosi indicativamente tra i 35 e i 44 mila euro l’anno. I giocatori di tennis non classificati e del circuito Challenger possono invece guadagnare molto meno, vedendosi assorbire i pochi premi vinti dai costi delle onerose trasferte necessarie per cercare di entrare nei tabelloni principali. Rappresentano, pur nelle profonde differenze tra i rispettivi sistemi contrattuali, la “classe operaia” dei due sport: atleti che contribuiscono allo spettacolo, ma ricevono soltanto una parte minima del valore economico complessivamente generato.
