
Si è conclusa ieri, alla Cava del Centro visitatori del Parco nazionale del Circeo, la tappa di Sabaudia del Festival del Mito Sportivo, ideato dalla casa editrice Lab DFG e inserito nella rassegna “All’ombra del Parco”. Al confronto, moderato dal giornalista di Radio 24 Dario Ricci, sono intervenuti Flavio D’Ambrosi, presidente della Federazione Pugilistica Italiana e vicepresidente delle Fiamme Oro, e la nuotatrice paralimpica Domiziana Mecenate.
Del contenuto della serata, delle testimonianze degli ospiti e delle dichiarazioni dei rappresentanti istituzionali presenti abbiamo dato conto nell’articolo dedicato all’evento. Qui vorrei invece soffermarmi su alcuni spunti di riflessione emersi durante il confronto e che, per ragioni di tempo, non è stato possibile approfondire.
Parto dall’osservazione di Ricci che a mio avviso definisce il perimetro del discorso. L’attività sportiva è un diritto esercitabile soltanto nelle società benestanti. Non è un caso che lo sport moderno si sia sviluppato e diffuso insieme al tempo libero e al benessere in occasione della seconda industrializzazione. Quando questo diritto diventa concretamente accessibile, accanto alla responsabilità delle istituzioni nasce anche quella dei singoli. Proprio l’intervento di Domiziana, con le difficoltà quotidiane legate non solo all’attività paralimpica, ma anche alla vita di tutti i giorni, centra il cuore della riflessione.
E’ spesso difficile, per molti (se non tutti) di noi alzarsi la mattina presto e affrontare la giornata, con i suoi impegni, problemi e obblighi. Lo facciamo, per noi e per i nostri cari. Per le responsabilità che abbiamo nei confronti di chi abbiamo vicino e per la comunità in cui viviamo, che ha bisogno del contributo fattivo di ognuno.
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E’ altrettanto difficile, soprattutto nelle giornate di gran caldo come è questa estate eccezionale (e che eccezionale non sarà più nei prossimi anni), mettersi le scarpe da ginnastica, i calzoncini e maglietta, e uscire a correre. Oppure salire in sella ad una bicicletta e pedalare controvento e con il caldo che sale dall’asfalto. Oppure entrare in palestra, anche se climatizzata, e sudare come in una sauna. Oppure scendere in campo e riprendere gli allenamenti, cominciando con gli odiosi giri di campo e gli scaloni.
Proprio perché è difficile, spesso non lo facciamo. Ma dovremmo farlo, come quando ci alziamo controvoglia dal letto per andare a lavorare. Lo dobbiamo fare per noi, per stare meglio. Lo dobbiamo alle persone a noi care, per vivere meglio senza essere un peso. Lo dobbiamo alla società, perché l’attività sportiva riduce drasticamente i costi medici e sociali legati alla sedentarietà.
Proprio questo pensavo ieri sera, lo sport non è solo un diritto ma, là dove esercitabile, diventa un dovere di tutti. In questa luce, sinceramente, non l’avevo ancora visto.


