Sport e integrazione, una narrazione che merita un Manifesto

Sport e integrazione, una narrazione che merita un Manifesto

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di suscitare emozioni. Ha il potere di unire le persone come poche altre cose al mondo. Parla ai giovani in un linguaggio che capiscono. Lo sport può creare speranza dove prima c’era solo disperazione. E’ più potente di qualunque governo nel rompere le barriere razziali.
Lo sport ride in faccia ad ogni tipo di discriminazione.
Nelson Mandela

Sport e Integrazione Manifesto dello Sport e dell'Integrazione

Un momento della presentazione del Manifesto

Se escludiamo la frase di Nelson Mandela, citata all’inizio del Manifesto dello Sport e dell’Integrazione, la migliore della giornata, in occasione della presentazione dello stesso Manifesto e del workshop che l’ha preceduta, è senza dubbio quella di Martino Pillitteri, supervisore editoriale e relazioni con la stampa di Yalla Italia: “Manca una narrativa dei migranti, fondamentale per l’integrazione; lo sport aiuta a scriverla“. Il workshop andato in scena questa mattina al Circolo del Tennis del Foro Italico a Roma, alla presenza delle massime autorità sportive (Malagò) e politiche (il ministro Poletti), ha avuto il pregio di portare alla ribalta iniziative e storie di integrazione attraverso lo sport. Il dato evidente, sottolineato in chiusura dei lavori dallo stesso Malagò e da Veltroni (chi si rivede, è pronta una sua ridiscesa in politica?) è che lo sport, almeno in Italia (ma vale anche per il resto del mondo) spesso anticipa le istituzioni, cogliendo prima di altri i cambiamenti della società. Così è accaduto che la figure ingombranti di Genny ‘a Carogna e del tifo organizzato (e razzista), probabilmente ispiratori di questa giornata, pian piano abbiano lasciato il campo alla dimensione positiva di una narrazione, come ha detto Pillitteri, “in grado di creare integrazione“.
Certo il rischio, in giornate come queste, è quello di sprofondare nella banalità. “Lo sport è integrazione”, hanno detto in molti, ripetendo quanto detto e scritto da Mandela; in pochi hanno cercato di spiegare il perché.
Per questo ho apprezzato chi ha cercato di farlo, come il citato Pillitteri o il presidente del Coni Friuli Giorgio Brandolin, che ha raccontato la difficile (ma anche privilegiata) condizione di sport di frontiera della provincia goriziana, lì dove la frontiera esiste “solo nella testa di chi l’ha disegnata, dividendo in due paesi una comunità che era sempre stata unita”. Oppure come Massimo Achini (presidente del CSI) il cui intervento potrebbe essere sintetizzato in: “Chi fa sport si pone il problema del miglior rendimento, non certo del colore della pelle e della condizione dei propri compagni di squadra..” Insomma, si discute di “cose serie”, come la formazione e l’allenamento migliore. Mi viene in mente ‘a livella di Totò: “queste stupidaggini (il razzismo) lasciamole ai vivi…
Ha provato a dare il suo contribuito anche Alessandro Tappa, presidente di “Sport senza frontiere onlus”, con il racconto di Nico e Alex, due bambini di 10 anni inseparabili, a scuola e nell’attività sportiva. Poco importa se uno dei due è originario di Capoverde e non ha ancora la nazionalità italiana; loro sul campo di atletica si divertono e giocano. Il divertimento, quindi, come mezzo per l’integrazione.
Il calcio, in questa narrazione, si redime, parzialmente. Lo fa con l’intervento di Marco Brunelli, che ci racconta la storia di Arpad Weisz e del tentativo (riuscito) di far capire attraverso la sua tragedia, ai ragazzi di oggi, cosa fu l’Olocausto. Ma è protagonista, il calcio, anche nei sogni dei ragazzi e delle ragazze che si incontrano a Bergamondo e nelle attività sportive di tanti migranti in Italia.
Non è solo rose e fiori. L’intervento in questo senso di Alberto Brasca, presidente della Federpugilistica ha l’efficacia di un gancio alla bocca dello stomaco: “Nelle nostre palestre trovano spazio comunità, come quella degli zingari, che in altre realtà sportive, quando ero Assessore allo Sport di Firenze, ho avuto difficoltà a fare accettare, penso ad alcune piscine..” E’ passata così, ma la maggior parte dei presenti era consapevole che il mondo dello sport non è immune da queste pulsioni. Lo conferma Klaudio Ndoja, albanese, giocatore di basket con Cremona, arrivato in Italia dall’Albania: “Non ascoltate i fischi e le offese.. ce ne saranno; ma se ce l’ho fatta io vuol dire che tutto è possibile..”. Si ri-materializza, anche se solo per un attimo, lo spettro di Genny ‘a Carogna.
La giornata si è conclusa con le parole delle Istituzioni; ingabbiate nei rispettivi ambiti di competenza hanno dato vita ad un dialogo in alcuni tratti apparentemente tra sordi. Da una parte il ministro Poletti interessato ad avviare quelle iniziative di comunicazione che possano portare in breve e non vedere più sui campi di calcio lo spettacolo triste di cori e offese razziste (ma sarà mai possibile?). Dall’altra parte il presidente del CONI Malagò invece interessato affinché la politica si affretti a legiferare quello che per tutti appare un ovvietà: il riconoscimento della cittadinanza (sportiva e civile) in base al quale lo sport dovrebbe garantire l’inclusione e le pari opportunità di accesso e pratica sportiva a chi è nato in Italia da genitori stranieri. In due parole lo “ius soli”, fortemente contrastato, come ha ricordato anche Malagò, ormai solo da una minoranza del paese.
Sullo sfondo di questa giornata, ricca di spunti di riflessione, resta il Manifesto, redatto dal Comitato tecnico scientifico, presieduto da Walter Veltroni e composto tra gli altri anche dai campioni Diana Bianchedi, Renato Villalta. Un Manifesto (su cui torneremo in un prossimo post) che solleva diversi aspetti (come tutte le dichiarazioni di principio), tra cui quello del diritto di ognuno ad una propria identità sportiva.
Perché, e nessuno l’ha sottolineato, non riconoscere la cittadinanza ai tanti ragazzi e ragazze che giocano, si divertono e vincono con i nostri figli rappresenta una violazione di diritti inalienabili, producendo una generazione di “apolidi”, essendo questi ragazzi anonimi per i sistemi sportivi di provenienza e non potendo essere coinvolti in quello italiano.
Bambini, ragazzi, campioni e campionesse che nessuno vuole. Vallo a spiegare a Nico e Alex!
Antonio Ungaro

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