Sport e Rivoluzione: da Brasile e Turchia una lezione di modernità

Sport e Rivoluzione: da Brasile e Turchia una lezione di modernità

BRAZIL-CONFED-PROTESTI Giochi del Mediterraneo e la Confederation Cup di calcio vanno in archivio lo stesso giorno e non si è trattato dell’unico elemento in comune; entrambe le manifestazioni sportive hanno offerto un’importante cassa di risonanza per proteste sociali di portata globale.
La reazione dei media e del mondo sportivo è stata pressoché unanime. Comprensione o condanna (a seconda dei punti di vista) hanno rappresentato le diverse facce di una stessa medaglia. In pochi hanno provato a leggere quanto sta accadendo in Turchia e Brasile utilizzando lo sport come elemento qualificante per comprendere quegli eventi. Ho meglio, quanti l’hanno fatto, come Alessandro Dal Lago, su il Manifesto di qualche settimana fa “Un’arma a doppio taglio”, hanno offerto letture semplicistiche. Lo sport fin dai tempi antichi – la tesi di Dal Lago – è servito come “oppio” dei popoli. Il fatto che questo non basti più dimostra, secondo Dal Lago, che a forza di “evocare” le masse, le adunate oceaniche, queste si rivoltano e procedono per un processo autonomo.
I cronisti sportivi, di solito più piatti, – nonostante invece una tradizione del giornalismo sportivo italiano che ha potuto godere di personaggi come Biagi, Ghirelli, Zavoli – si sono affrettati a raccontare di popoli oppressi, arretrati e affamati. I notisti politici, da parte loro, si sono chiesti il perché di queste proteste in paesi che invece, dal punto di vista di indicatori macroeconomici, rappresentano le locomotive mondiali.
Resta la domanda di fondo: per quale motivo il calcio in Brasile (ma vale anche per le Olimpiadi in Turchia) non basta più ad anestetizzare le masse? La risposta generale, con scarsa capacità d’analisi e di fantasia è stata: quando manca il pane, neanche lo sport può fare miracoli. Mi attendevo qualcosa di più meditato, anche da chi, come il citato Dal Lago, dovrebbe avere una qualche infarinatura di sano materialismo storico.
Uno dei problemi storiografici più intriganti dei miei (ormai lontani) studi storici, è stato relativo alla Rivoluzione francese: fu una rivolta della fame (il pane che manca) o una rivoluzione della ricchezza (diritti da riconoscere a nuove ed emergenti classi sociali)?
Mi piace, per gioco (ma poi neanche tanto), applicare questo schema anche a quanto accade in questi giorni. In Turchia e Brasile abbiamo rivolte della fame o della ricchezza? Appare chiaro che le richieste dei dimostranti siano legate a diritti: dal verde in centro città ai servizi pubblici gratuiti. Diritti di rappresentanza per fascie di popolazione evidentemente consapevoli del proprio ruolo sociale e di quanto accade nel resto del mondo. Si conferma in modo coerente che Turchia e Brasile pagano la loro crescita economica in doppia cifra e la nascita di una borghesia (o ceto medio), che chiede di essere legittimato. Le parole d’ordine di queste rivolte sono moderne, sconosciute anche per un Occidente che ha visto la propria borghesia formarsi circa 200 anni fa, su altre battaglie.
Insomma siamo al cospetto di rivolte della “ricchezza”; di società mature e consapevoli, sulle quali lo sport non esercita capacità anestetizzanti, ma che, semmai, serve come mezzo di propagazione delle proprie istanze.
Se in Brasile non basta più una vittoria della Nazionale per fermare le proteste, vuol dire che, per la prima volta dopo 100 anni di storia, quel paese è entrato in una nuova dimensione sociale. Lula, in pratica, non ha fallito, ma ha innestato un processo irreversibile di crescita che adesso chiede il conto.
Si tratta di un passaggio necessario nella crescita sociale: da un’inconsapevole massa informe e affamata (a cui pane e giochi bastano per “tirare a campare”) si stanno formando delle classi sociali strutturate e consapevoli. Lo sport, memore del suo massimo fulgore proprio con la nascita della società di massa all’inizio del ‘900, non può che rallegrarsene.
Più in generale, individuare in quali paesi esiste ancora l’approccio messianico verso i grandi eventi sportivi permette, a mio avviso, di capire il livello di crescita economico-sociale, il ruolo internazionale e, soprattutto, la loro reale natura.
Per capirci e fuori dalle righe: mi sembrano molto più arretrate le istanze di quella parte di Italia che si augura in future Olimpiadi per rilanciare l’economia di quanto reclamato a gran voce ad Instambul. Si affida allo sport una funzione che, dal punto di vista sociale, ricorda molto quella di “panem et circenses”. Dovremmo iniziare a guardare a quello che succede in Turchia e Brasile con maggior umiltà e chiederci, alla luce di quelle esperienze, come mai stiamo ancora parlando di possibili Olimpiadi a Roma, anche nel 2024.
Antonio Ungaro

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