Non pensavamo che ci potesse essere una notizia in grado di scalzare dalle prime pagine la pandemia. Invece, per quanto incredibile, la Superlega di calcio ci è riuscita.

La prima cosa che ci viene da pensare è che il calcio, data l’importanza mondiale che ha riscosso la notizia, in fondo non è poi così messo male come gli stessi ideatori dello strappo vorrebbero far credere (leggi recente dichiarazioni di Perez).

Per capire come andrà a finire crediamo si debba prendere ad esempio quello che è accaduto nel mondo della pallacanestro, chiarendo, però, che l’esempio corretto non è la NBA, ma l’Eurolega.

Vale la pena ricordare, infatti, che la lega più importante del basket mondiale non allestisce un campionato “transnazionale” come dovrebbe essere la Superlega.

La NBA è un campionato nazionale, strutturato diversamente da quelli europei. Questi prevedono retrocessioni e promozioni e quindi una partecipazione per merito sportivo. Il primo, invece, prevede una partecipazione per meriti economici, nel senso che ogni società deve essere in grado di assicurare standard minimi di qualità.

Ricordiamo però che per la sostenibilità del sistema, i creatori della Lega americana hanno introdotto regole che evitano il dominio incontrastato dei soliti noti. Ne citiamo due su tutti: il salary cap e i draft strutturati in modo che gli ultimi scelgono per primi. Il combinato disposto di queste due cose tende a riequilibrare, negli anni, i valori.

La Super League ideata invece da Perez & Co è cosa diversa e si propone come alternativa alla Champions League (vecchia Coppa dei Campioni). Non prevede un sistema di riequilibrio delle risorse (tetto salariale), né dei valori tecnici. Già così raccontata sembra un atto di arroganza.

Un altro aspetto che ci sembra sia stato poco evidenziato dai tanti commentatori riguarda gli aspetti normativi-regolamentari, almeno per quanto riguarda l’Italia.

Tutte le società che militano nei campionati italiani di ogni ordine e grado sono affiliate alla Federazione Italiana Giuoco Calcio. La FIGC è una libera associazione di società che si uniscono perché condividono gli stessi valori e in base a questi si danno le stesse regole.

Questi valori e queste regole sono scritti negli statuti. Quello della FGCI nei primi articoli richiama espressamente i regolamenti e valori delle federazioni internazionali di riferimento: UEFA e FIFA.

Insomma è una catena di condivisione di valori: chi entra nella FGCI condivide tutto “il pacchetto”. Da ciò se ne deduce il procedimento inverso. Chi non riconosce regole e valori della UEFA e della FIFA si mette automaticamente fuori anche dalla Federazione nazionale.

Pretendere, come sembra vogliano fare, i “ribelli” di continuare a giocare nei rispettivi campionati è quindi un atto arroganza istituzionale che a nostro avviso difficilmente troverebbe sponda in qualsiasi tribunale, sportivo e civile. Stesso discorso vale per i tesserati, per cui a rigor di logica, i giocatori che prenderanno parte alla Superlega non potrebbero essere impiegati in nazionale.

Lo statuto della FIGC prevede l’adesione al valore della democrazia interna, il che vuol dire che le decisioni vengono prese a maggioranza degli associati. Decidere l’istituzione di un altro campionati in contrapposizione alla maggioranza e, al contempo, pretendere di far parte ancora della FIGC vuol dire violare tale principio e introdurre quello per cui alcune società valgono più delle altre.

Per capire come tali operazioni alla fine non hanno prodotto risultati significativi, anche dal punto di vista sportivo ed economico bisogna rivolgersi ancora una volta al mondo della pallacanestro.

Attualmente la più importante manifestazione internazionale europea è l’Eurolega nata quando la FIBA (federazione europea) dimenticò di registrare il nome, all’inizio del 2000 (sì, accade anche di questo!).

Dopo due anni di contrasti ULAB (dal 2009 Euroleague Commercial Assets) e FIBA trovarono un accordo che permise alle 11 società fondatrici della lega “privata” di continuare a giocare nei campionati nazionali. Ma le cose non sono andate di amore e d’accordo, tanto che nel 2016 si è sfiorata un’altra crisi con il rischio che diverse federazioni nazionali fossero estromesse dal consesso internazionale per l’appoggio all’ECA.

Non si è mai arrivati alla rottura e adesso i campionati transnazionali europei hanno ritrovato un equilibrio che però non aiutato in questi anni il movimento a crescere al punto che la NBA ha ormai vampirizzato l’attenzione del grande pubblico, rendendo il resto del movimento sempre più povero.

Proprio quella NBA presa erroneamente ad esempio e che da diversi anni, per allargare il proprio bacino di utenti e non perdere la leadership, sta ragionando su un diverso modello allargando il suo sguardo al resto del mondo.

Giornalista sportivo e blogger. I primi ricordi sportivi sono le imprese di Gimondi al Giro d'Italia e il 5 Nazioni raccontato da Paolo Rosi. Dietro ad ogni sportivo c'è una storia da raccontare; tutte insieme raccontano un Paese che cambia. Sono convinto, parafrasando Mourinho, che chi sa solo di uno sport non sa nulla di sport.

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