
Le lacrime all’uscita dal campo di Iga Świątek sono l’immagine più forte della giornata al Madrid Open. La polacca, oggi numero 4 del mondo, si è ritirata contro l’americana Ann Li sul punteggio di 6-7(4) 6-2 0-3, dopo aver chiesto assistenza medica nel terzo set e aver lasciato il campo visibilmente provata.
Dopo il match Świątek ha spiegato di essersi sentita male fisicamente già nei giorni precedenti. Ha parlato di una condizione simile a un virus, con grande affaticamento, difficoltà a bere e, nel terzo set, una sensazione di instabilità e scarsa coordinazione. Il ritiro di Madrid, quindi, nasce da un problema fisico immediato, ma si inserisce in una fase molto più ampia di fragilità tecnica, mentale e atletica. Perché la sconfitta di Madrid non è un incidente isolato, ma l’ultimo capitolo di un declino iniziato nell’autunno del 2024, subito dopo il caso doping che ha cambiato radicalmente la traiettoria della carriera della quattro volte campionessa del Roland Garros.
Fino al giugno 2024, Świątek sembrava destinata ad aprire un’era. Aveva appena conquistato il suo terzo Roland Garros consecutivo e il quarto complessivo, dominando sulla terra battuta come poche giocatrici nella storia recente. Poi, nel settembre dello stesso anno, è arrivata la notizia della positività alla trimetazidina in un controllo fuori competizione effettuato il 12 agosto. La sostanza, presente in quantità minime, è stata ricondotta alla contaminazione di un integratore di melatonina prodotto in Polonia. L’ITIA ha accettato la ricostruzione della giocatrice e ha riconosciuto l’assenza di dolo, limitando la sanzione a un mese di sospensione. Sul piano regolamentare il danno è stato contenuto. Su quello psicologico molto meno. La polacca fu costretta a saltare i tornei asiatici di Seoul, Pechino e Wuhan, perdendo punti pesantissimi e soprattutto la leadership mondiale a vantaggio di Aryna Sabalenka. Più volte lei stessa ha definito quel periodo come “il peggiore della mia vita”. Da allora qualcosa si è incrinato.
Nel 2025 è arrivato il paradosso più evidente della sua carriera. Per la prima volta non ha vinto alcun titolo sulla terra battuta, superficie sulla quale aveva costruito il suo dominio. La sua striscia di 26 vittorie consecutive a Parigi si è interrotta in semifinale contro Sabalenka. Pochi mesi dopo, però, ha conquistato a sorpresa Wimbledon Championships, torneo che teoricamente avrebbe dovuto adattarsi meno al suo tennis. Una vittoria clamorosa, culminata nel 6-0 6-0 rifilato ad Amanda Anisimova in finale, che sembrava il segnale della rinascita. In realtà è rimasto un episodio isolato.
Dopo Wimbledon sono tornate le difficoltà: quarti persi allo US Open ancora contro Anisimova, pesante ko a Wuhan contro Jasmine Paolini e problemi fisici sempre più frequenti, in particolare al piede destro, logorato da anni di calendario intensissimo.
Il 2026 ha aggravato ulteriormente il quadro: quarti di finale persi agli Australian Open contro Elena Rybakina, eliminazione a Doha contro Maria Sakkari, sconfitta a Indian Wells contro Elina Svitolina, clamorosa uscita a Miami contro Magda Linette dopo aver vinto il primo set 6-1, ko a Stoccarda contro Mirra Andreeva dopo essere stata avanti di un set e adesso Madrid, torneo che in passato rappresentava quasi una garanzia in vista di Parigi.
I problemi non sono soltanto mentali o fisici. C’è stata anche una profonda trasformazione tecnica. Dopo la separazione da Tomasz Wiktorowski, il coach che l’aveva portata al numero uno del mondo, Świątek ha scelto Wim Fissette nel tentativo di diventare più aggressiva sulle superfici veloci. La collaborazione ha prodotto Wimbledon, ma ha anche modificato il suo tennis: dritto meno carico di topspin, maggiore ricerca della chiusura rapida dello scambio, minore pazienza tattica. Risultato: sulla terra battuta non è più dominante come prima e sul cemento resta vulnerabile contro le grandi colpitrici. Ad aprile è arrivato un nuovo cambio con l’ingaggio di Francisco Roig, storico collaboratore di Rafael Nadal. Il messaggio è chiaro: tornare alle origini, recuperare solidità e identità. Ma il processo richiederà tempo. E il calendario non aspetta nessuno.
Un altro tema emerso nelle ultime settimane riguarda il ruolo della psicologa sportiva Daria Abramowicz, figura storica e molto presente nel team di Świątek. In Polonia alcuni media hanno evidenziato come la sua influenza vada ben oltre il supporto mentale, arrivando – secondo indiscrezioni mai confermate – anche nelle scelte strategiche del team, compresa quella degli allenatori. Le recenti assenze di Abramowicz nei tornei di Stoccarda e Madrid, ufficialmente per motivi personali, hanno alimentato ulteriori speculazioni su possibili tensioni interne. Świątek ha però respinto pubblicamente queste ricostruzioni, definendole “fake news” e ribadendo la piena fiducia nella professionista che l’accompagna da anni.
Sul piano mentale, la stessa Iga Świątek ha ammesso più volte di attraversare una fase complessa. Dopo l’eliminazione di Miami aveva parlato apertamente di confusione: “Sento di non essere presente in campo come prima. A volte faccio fatica anche a capire quale decisione prendere nei momenti importanti”. Dopo il caso doping aveva invece definito quei mesi come “la peggiore esperienza della mia vita”, spiegando come l’intera vicenda abbia inciso profondamente sulla sua serenità personale e professionale. In un’altra conferenza stampa di inizio stagione aveva aggiunto: “Devo imparare ad accettare che non sarò perfetta ogni settimana”. Frasi che raccontano il lato più fragile di una campionessa che per anni aveva costruito il proprio dominio proprio sulla forza mentale e sulla capacità di controllare ogni dettaglio.
Le lacrime di Madrid raccontano esattamente questo: non la crisi tecnica di una campionessa qualunque, ma il momento più fragile di una giocatrice che sembrava destinata a dominare il tennis femminile per un decennio e che ora si ritrova improvvisamente costretta a rincorrere.
