Non ce l’ha fatta purtroppo la squadra italiana, composta da detenuti del carcere di massima sicurezza di Spoleto, a conquistare la finale del Torneo intercontinentale di scacchi per detenuti organizzato dalla Fide, la Federazione internazionale degli scacchi, nelle giornate del 13 e 14 ottobre. L’Italia è arrivata terza in un girone da otto, dopo la Russia e la Germania, ma passavano nella fase finale soltanto le prime due squadre. Il rammarico viene però addolcito dalla splendida esperienza vissuta, e dall’orgoglio di aver rappresentato l’Italia, sia pur da detenuti, in una manifestazione mondiale. A superare il turno sono state Filippine, Mongolia, Argentina, Stati Uniti, Inghilterra, Croazia, Russia, Germania, Zimbabwe, Macedonia del Nord, Georgia e Palestina, che sono state divise in due gruppi da sei, e le vincenti dei gruppi si sfideranno per la finale, che avverrà in serata.

Ricordiamo la formula della manifestazione, a cui hanno partecipato 43 squadre da 31 diversi Paesi, in rappresentanza di tutti i continenti: ogni squadra era composta da quattro giocatori, che sfidavano on line i componenti di un’altra squadra, con partite di 10 minuti a scacchista più cinque secondi a mossa. La squadra italiana ha giocato il 13 ottobre, e all’evento, nel carcere di Spoleto, hanno assistito tra gli altri il Presidente della Federazione Scacchistica Italiana (Fsi), Luigi Maggi, il Presidente del Coni Umbria, Domenico Ignozza, il Delegato Internazionale dell’Asigc Giorgio Ruggeri Laderchi.

Sono anni che nel penitenziario di Spoleto si svolgono attività scacchistiche, grazie all’istruttore della Fsi Mirko Trasciatti, che spiega: «I carcerati hanno trovato moltissimi benefici negli scacchi, perché per loro è una via di fuga dall’angoscia della prigione. Riescono a evitare per qualche ora di pensare alla famiglia lontana, ai problemi quotidiani dei prigionieri, alla loro sorte, e giocando riescono a far passare il tempo più velocemente, in un ambiente dove non sono considerati dei detenuti, ma delle persone normali, come tutti gli altri. Sono persone che hanno sbagliato, ma stanno anche provando a redimersi. Insomma, qui a Spoleto si è creato un vero e proprio circolo, con un’atmosfera familiare. I benefici hanno riguardato anche il loro rapporto con la struttura: all’interno del carcere le autorità hanno constatato che chi impara gli scacchi diventa molto più disponibile, più tranquillo, più rispettoso delle regole. E anche un effetto delle caratteristiche tipiche del gioco, che obbliga a stare insieme agli altri, a rispettare l’avversario, stringergli la mano, giocare e poi analizzare insieme: un modo quasi per reimparare a vivere civilmente insieme agli altri. Non va nemmeno trascurato il vantaggio che gli scacchi possono offrire al momento dell’uscita dal carcere, quando si tratta di reinserirsi nella vita normale. Agli occhi di un futuro datore di lavoro, aver svolto una disciplina mentale come gli scacchi, che ti aiuta a ragionare, a rispettare le regole, a tenere conto di tanti fattori diversi, e che si può imparare solo con grande dedizione, ti può privilegiare rispetto a chi, magari, ha fatto solo palestra».

(foto di Alessio Vissani)

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