Tour 2020: Pogacar e Roglic, l’eterna lotta “padri e figli”

La penultima tappa del Tour, decisiva ai fini della classifica, lancia nel firmamento mondiale il giovane sloveno che a 21 anni diventa il secondo più giovane vincitore della Grande Boucle.

Tour 2020: Pogacar e Roglic, l’eterna lotta “padri e figli”

I giovani, si sa, a volte sono capaci di far arrabbiare tutti: irriverenti, sfrontati, senza un minimo di rispetto. Oggi Tadej Pogacar è riuscito nell’impresa, quasi impossibile (ma non per un ragazzo di 21 anni), di far saltare i nervi a tutta la Jumbo Visma, ovvero la squadra più forte di questo Tour.

Con la cronometro di La Planches Des Belles Filles in un sol colpo ha portato a casa tappa e Tour, togliendo la prima addirittura ad un specialista come Tom Dumoulin, e la maglia gialla (per sempre) a Primoz Roglic, entrambi Jumbo Visma. Guardare le facce del team olandese mentre si consumava l’ultimo atto di questa edizione, epica e drammatica, esaltante e tragica (dipende dai punti di vista) rende bene l’idea dello sconforto e dell’incredulità.

La Grande Boucle, e non lo scriviamo noi per la prima volta, è una rappresentazione epica, un dramma greco, una lezione di vita. Ci sono diversi elementi che si rincorrono in questo epilogo inatteso solo per i più distratti, perché Roglic non ci è mai sembrato il “re sole” e Pogacar mai un disinteressato “piccolo principe”.

Il primo riguarda il destino sportivo di Primoz Roglic, che ancora una volta nel finale di un grande giro perde la posizione. E’ accaduto al Tour 2018 (scendendo dal podio), al Giro 2019. Si dice che perda la condizione nella terza settimana. Non sappiamo esattamente, ma qualcosa non torna nella sua testa quando il gioco si fa duro. La sconfitta di oggi sarà difficile da mandare giù. Ha trent’anni e qualche tempo fa avremmo detto: per le corse a tappe è ancora giovane e di tempo per rifarsi ne ha. Ma adesso, visti i fenomeni che ci sono in circolazione di 10 anni più giovani, ci riesce difficile crederlo. Non sappiamo quando gli ricapiterà un’occasione simile.

Il secondo aspetto epico crediamo sia racchiuso tutto nel vincitore di questo Tour. Tadej Pogacar ha conservato, ci sembra, la purezza della sua giovane età. Ha riso e scherzato con il connazionale Roglic, che considera un po’ il fratello maggiore. Anche oggi, prima di partire, è passato a salutarlo, scambiandosi sinceri (crediamo) auguri per la prova. Poi, in sella, è venuta fuori la forza dirompente della sua gioventù. Invece di pensare a contenere il distacco e accontentarsi di maglia bianca, a pois e secondo posto, ha giocato tutto, con l’incoscienza dei venti anni. Le crono si vincono così: parti forte e arriva forte. Non ci sono segreti o calcoli. Così è stato. Mai come quest’anno nella corsa francese si è consumato uno scontro generazionale evidente, qualcosa del tipo “padri e figli”. Se non è un classico questo..

Il racconto della penultima tappa del Tour non sarebbe completo se non ricordassimo il bel settimo posto di Damiano Caruso (a 2’29”) da Pogacar, che vale anche il decimo posto nella classifica generale. Un piazzamento che premia uno dei corridori italiani più costanti e regolari. Uno dei “pretoriani” di Davide Cassani, che l’ha sempre preso in considerazione nelle Nazionali che ha formato in questi anni, dalle Olimpiadi di Rio fino ai Mondiali di Imola tra una settimana. La sua condizione, il suo livello di convinzione nei propri mezzi, sono una garanzia per un appuntamento iridato che si annuncia incerto quanto mai.

Antonio Ungaro
da federciclismo.it

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