Tour de France 2013: Froome e l’estetica del ciclismo

Tour de France 2013: Froome e l’estetica del ciclismo
Tour de France 2013

Tour de France 2013

Il 100° Tour de France è stato conquistato da Chris Froome. In molti si sono affrettati a ricordare che soltanto Merckx aveva lasciato gli avversari ad una distanza tale. Non basta per farne un Cannibale. Molti altri hanno preferito porre l’accento sul secondo, Quintana, 23 anni e predestinato, si dice. Peccato che sia colombiano. Difficilmente da quella terra potrà venire il dominatore dei prossimo anni. Questioni geopolitiche; mi sbaglierò, ma nel ciclismo, queste cose contano. Chi ha glorificato Quintana l’ha fatto con l’intento, neanche poi tanto celato, di non parlare di Froome e delle tante (ingiuste?) insinuazioni sulla sua vittoria.
Prendo atto che l’associazione corridori ha sentito l’esigenza, qualche giorno fa, di muoversi a difesa di un corridore accusato da più parti di doping pur in assoluta mancanza di elementi oggettivi a suffragio dell’accusa. Una difesa che forse dal punto di vista legale ha sortito l’effetto sperato (pochi giornali e giornalisti continuano ad avanzare dubbi), sicuramente un boomerang dal punto di vista mediatico. Difendersi da accuse non motivate, non avrebbe senso se apparissero effettivamente tali…
Mi piacerebbe parlare del primo ciclista africano che ha vinto il Tour de France. Chris Froome è nato a Nairobi e lì cresciuto, per poi spostarsi in SudAfrica e quindi, per la proprietà transitiva che vuole i cittadini di ex colonie britanniche facilmente nazionalizzabili, diventare suddito di Sua Maestà e gareggiare all’ombra dell’Union Jack. Resta il fatto che l’Africa ha prodotto un ciclista in grado di mettere in fila tutti. Non è cosa da poco. Il Kenia, fino ad oggi, aveva creato fondisti e mezzofondisti, qualche calciatore. Negli ultimi anni, pare, si stia appassionando al rugby a 7, visto che quello classico è tutto appannaggio del SudAfrica. L’Occidente ha difficoltà a riconoscere al “Continente da cui tutto partì” capacità di produrre campioni ed eventi meritevoli della nostra attenzione. Se non fosse intervenuta la fine dell’apartaid, e l’ingresso della “Nazione tricolore” nel consesso civile, probabilmente lo sport africano stava ancora più indietro. Il SudAfrica, invece, ha ospitato dal 1990 eventi di assoluta importanza, come i Mondiali di Rugby, nel 1995, e i Campionati del Mondo di Calcio, nel 2010. Mancano le Olimpiadi per la “santificazione” completa. Ed una tappa del Tour del France. Sarebbe un omaggio doveroso da parte della Grande Boucle per un corridore che in qualche modo, in coincidenza con l’edizione n. 100, ha rivoluzionato più di quanto sembri, questo sport.
Prima di tutto per i natali, di cui ho già detto, poi per una questione di forma che, per il sottoscritto, è sostanza. Anzi, “la sostanza” dello sport.
Froome sta imponendo un ciclismo esteticamente “brutto”. E’ brutta la sua pedalata ed è brutto il suo procedere al punto che alcuni impietosi commenti su blog di settore l’hanno definito “un malato terminale”. Non si può esagerare e non si deve generalizzare, ma invece di concentrarsi sul presunto doping che soggiacerebbe alle sue prestazione, sarebbe giusto concentrarsi su quello che si vede. E non è un bel vedere.
Ho seguito per due volte la tappa del Mont Ventoux, per l’omaggio che si deve ad un pezzo di storia dello sport moderno (e quindi della società). Non ho trovato nulla di esteticamente apprezzabile. Froome non è uno scalatore, il cui fisico è basso, asciutto, nervoso ma potente. Non è un passista, le cui forme richiamano un Indurain. A crono non ha l’eleganza di Anquetil e neanche, più prosaicamente, di Bugno. In salita non scatta come hanno fatto, nei tempi, Gaul e Pantani.
Non è un ciclista all’Armstrong che, per quanto dopato, dava l’idea di salute, forza e agilità. Froome è il ciclista post moderno, in una sapiente alchimia di potenza, muscoli (pochi) e grasso (inesistente). L’articolo di Crosetti su Repubblica in questo senso è illuminante.
Se questi saranno i ciclisti del terzo millennio, la rivoluzione è compiuta ma, soprattutto, temo per il nostro sport. Quanti genitori potranno augurarsi un destino simile per i propri figli, se non quelli acciecati dall’ingordigia e dalla fama? Quanti vorranno emulare, nella sua scheletrica perfezione, un corridore che non sa nulla di pedalata rotonda, scatti sui pedali, tattiche di corsa e magari anche giochi di squadra? Froome mi appare come un robot costruito per una corsa a tappe, capace di vincerla ma non di costruire un’empatia con i tifosi. Soprattutto mi appare una vittima (e non un dominatore) di questo sport esasperato. Un automa i cui meccanismi di pedalata appaiono facilmente codificabili, anche se inarrivabili. Basta seguire il suo ondeggiare ritmato e innaturale sulla bicicletta, ciclico e ripetuto, per dubitare che si tratti di un ciclista “naturale”, di quelli che saliti su una bici iniziano a pedalare con naturalezza e grazia. Non che in questo momento, per questo sport, sia la cosa più importante; ma per me, che seguo il ciclismo per passione e gusto estetico, si.
Doping o non doping, con Froome il ciclismo nel ‘900 è definitivamente finito. E non credo che questo sia un bene.
Antonio Ungaro

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