
Chi potrà fermare Tadej Pogacar lanciato verso la conquista del suo quinto Tour? Se gli avversari, di cui abbiamo parlato in altro articolo, non sembrano al momento in grado di contrastare lo sloveno, questo non vuol dire che la corsa francese è già decisa. Il Tour è, storicamente, il luogo in cui tutto può succedere e l’imprevisto fa parte del gioco, come del resto nella vita di tutti i giorni. L’ha ricordato bene Barthes nel suo saggio del 1957.
La corsa francese partirà da Barcellona il 4 luglio, entrerà subito nei Pirenei, attraverserà Massiccio Centrale, Vosgi, Giura e Alpi, e arriverà alla terza settimana con un doppio passaggio sull’Alpe d’Huez. Otto tappe di montagna, cinque arrivi in salita, due cronometro, 54.450 metri di dislivello complessivo. Una crisi di fame, un colpo di calore, un temporale in quota, una discesa resa sporca dall’acqua o dal caldo possono diventare più importanti di un attacco.
Vediamo i pericoli di questa edizione, alla luce anche della storia passata.
La cotta: quando il corpo si spegne
La parola “cotta” nel ciclismo contiene tutto. Non nasce sempre dallo stesso motivo; può essere una crisi di alimentazione, una giornata storta, uno sforzo pagato troppo caro, un accumulo di tre settimane. Il risultato però è quasi sempre identico: il Tour, fino a quel momento controllato, scappa via.
Nel 1958 toccò a Raphaël Géminiani. Charly Gaul era lontano, il traguardo di Parigi sembrava ormai più vicino. Poi arrivò la tappa di Aix-les-Bains, pioggia, freddo, Chartreuse, una giornata da vecchio ciclismo. Gaul attaccò, Géminiani dimenticò di alimentarsi, andò in crisi e perse il controllo della corsa. La “fringale”, la crisi di fame, cambiò il Tour.
Nel 1975 accadde anche al grande Eddy Merckx. Il Cannibale cercava il sesto Tour, qualcosa che nessuno aveva mai fatto (e se non vogliamo considerare Armstrong, nessuno ha mai fatto). A Pra-Loup il suo dominio si ruppe. Bernard Thévenet accelerò, Merckx si spense negli ultimi chilometri, perse quasi due minuti e con essi la maglia gialla. Fu una delle immagini più potenti della storia della corsa: il più grande di tutti che, per una volta, non riusciva a reagire.
Nel 1986 la storia si ripete. Anche Bernard Hinault voleva il sesto Tour, Greg LeMond era compagno di squadra. Hinault attaccò da lontano nella tappa di Superbagnères, costruì un vantaggio enorme, provò a uccidere la corsa. Poi finì la benzina. LeMond rientrò, vinse la tappa e cambiò il destino di quel Tour. Hinault conservò ancora la maglia per poco, ma la corsa era passata al suo giovane scudiero, accusato di tradimento nonostante le parole di circostanza dei mesi successivi.
Nel 1998 Jan Ullrich visse la cotta più cinematografica dell’era moderna e che i tifosi italiani conservano nel cuore gelosamente. Era il campione uscente apparentemente inattaccabile. Sul Galibier, in una giornata di pioggia, freddo e nebbia, Marco Pantani attaccò. Ullrich non si coprì come avrebbe dovuto in discesa, patì il gelo, finì in ipoglicemia, forò prima dell’ultima salita e arrivò a Les Deux Alpes con quasi nove minuti di ritardo. Quella non fu una semplice giornata negativa. Fu il giorno in cui perse il Tour e l’idea di poterlo dominare per anni.
Nel 2020 Egan Bernal perse il Tour da campione uscente sul Grand Colombier. La Jumbo-Visma impose ritmo, il colombiano si staccò lontano dall’arrivo, perse oltre sette minuti e uscì dalla classifica. Nello stesso anno, Primož Roglič si squagliò nella cronometro della Planche des Belles Filles. Partiva con 57 secondi su Tadej Pogačar, sembrava al sicuro, aveva una squadra dominante e una corsa quasi chiusa. Poi il connazionale gli volò via davanti. Roglič perse 1’56” sconvolto anche nella postura e con il casco a mezzavia che amplificò, rendendo evidente, la sua sofferenza.
Anche Pogačar ha conosciuto la stessa legge. Nel 2022, sul Col du Granon, la Jumbo lo attaccò a ripetizione con Roglič e Vingegaard. Lo sloveno rispose una volta, due, tre, finché saltò. Vingegaard prese la maglia gialla e cambiò il Tour. Nel 2023 la scena fu ancora più dura: Col de la Loze, la radio che consegna alla corsa una frase rimasta simbolo, “sono andato, sono morto”, e Vingegaard che chiude definitivamente la partita.
Il freddo
Il freddo è più subdolo del caldo. Di Ullrich nel 1998 abbiamo raccontato. Voliamo all’ultimo Tour vinto da un italiano. Nel 2014 il freddo si abbinò alla pioggia, al pavé e alle cadute. Chris Froome, campione uscente, arrivò alla quinta tappa già dolorante per una caduta del giorno prima. Sulle strade bagnate verso Arenberg, prima ancora dei settori di pavé più duri, cadde due volte. Non riusciva a restare in bicicletta. Salì in ammiraglia e abbandonò. Vincenzo Nibali, in quella stessa giornata, fece il contrario: restò davanti, guidò bene, uscì rafforzato da una tappa che per gli altri era trappola. Pochi giorni dopo andò per le terre anche Alberto Contador. Tibia rotta, Tour finito. Nibali si confermò il corridore più solido del caos.
Il meteo freddo e bagnato aveva già scritto tragedie sportive. Nel 1971 Luis Ocaña aveva messo Eddy Merckx alle corde. A Orcières-Merlette aveva inflitto al Cannibale una delle sconfitte più pesanti. Poi, sul Col de Menté, arrivò il temporale. Pioggia torrenziale, grandine, fango, visibilità ridotta. Ocaña cadde in discesa, venne travolto da altri corridori e dovette abbandonare in maglia gialla.
Le discese, quando perdere il Tour fa veramente male
La salita è il teatro nobile del Tour, la discesa è spesso il suo lato oscuro. In salita si vede chi ha più gambe. In discesa si vede chi ha più controllo, chi ha meno paura. Roger Rivière è il nome che viene subito alla memoria. Tour 1960 (ancora un Tour vinto da un italiano), Col de Perjuret, Massiccio Centrale. Rivière era un talento enorme, pistard, cronoman, possibile vincitore del Tour. Stava inseguendo Gastone Nencini, grande discesista, e doveva solo limitare i danni prima della cronometro finale. Forzò, sbagliò, uscì di strada e precipitò in un burrone. Si ruppe due vertebre, la carriera finì lì.
Prima ancora, nel 1951, Wim van Est volò in un ravine sull’Aubisque mentre indossava la maglia gialla. Fu recuperato vivo quasi per miracolo, legato con camere d’aria. La sua storia diventò una leggenda anche commerciale, ma sul piano sportivo fu un promemoria brutale: la maglia gialla non protegge da una curva.
Joseba Beloki, nel 2003, perse il Tour in un modo diverso ma ugualmente drammatico. Era secondo in classifica, stava inseguendo Armstrong nella tappa verso Gap. Sulla discesa della Côte de la Rochette, in una giornata caldissima, l’asfalto era quasi gommoso, il catrame si muoveva sotto le ruote. Beloki arrivò troppo forte in curva, bloccò, scivolò, si fratturò femore, gomito e polso. Armstrong, che era dietro, evitò la caduta tagliando per un campo. Anche quel Tour, poi cancellato dagli albi per il caso doping Armstrong, passò da una curva.
Le discese del Tour 2026
La sesta tappa, Pau-Gavarnie-Gèdre, proporrà Aspin e Tourmalet prima dell’arrivo in salita. La discesa dal Tourmalet verso Luz-Saint-Sauveur non è una formalità, soprattutto se il meteo cambia. La quattordicesima tappa nei Vosgi, con Grand Ballon, Col du Page, Ballon d’Alsace e Col du Haag, è piena di passaggi nervosi, boschi, curve, strade dove il rischio nasce dalla ripetizione dello sforzo. La ventesima, infine, è il giorno più sensibile: Croix de Fer, Télégraphe, Galibier, Sarenne e Alpe d’Huez. Dopo il Galibier ci sarà una lunga discesa. Dopo tre settimane, con la classifica aperta e la stanchezza accumulata, quella non sarà una semplice transizione.
Chi ha paura delle discese?
Vingegaard non può essere definito un discesista. La caduta del Giro dei Paesi Baschi 2024, con fratture e pneumotorace, resta un precedente psicologico e fisico pesante. La paura non è l’alleato migliore in discesa e Vingo sembra soffrire le situazioni difficili, come dimostra la richiesta (ottenuta) di neutralizzazione della tappa di Milano al Giro.
Evenepoel anche appare incerto. La sua forza a cronometro è fuori discussione, la sua capacità di salire a ritmo anche. Le discese ad alta velocità sono state indicate più volte come il suo punto vulnerabile, e il Galibier del Tour 2024 lo ha ricordato. Quando la strada scende lunga, tecnica e veloce, contro Pogačar e Vingegaard può perdere secondi, lucidità, posizione. In un Tour che arriva al Galibier nella ventesima tappa, il dettaglio non è secondario.
I giovani, da Seixas ad Ayuso fino a Del Toro, dovranno dimostrare di saper reggere non solo i watt, ma anche la pressione delle discese quando davanti non si frena mai. Ma i giovani, si sa, non hanno paura. Questa potrebbe essere la loro carta da giocare per mettere nel sacco i big. Immaginiamo, per esempio, un Seixas in fuga in discesa spericolata e Del Toro ‘costretto’ ad inseguirlo, cambiando automaticamente le gerarchie in UAE.
Il caldo: il pericolo più concreto del 2026
In questa estate assurda, in cui l’Europa è agonizzante soffocata dal caldo, proprio la calura potrebbe giocare il ruolo da outsider. Il Tour 2026 si correrà dal 4 al 26 luglio. La Francia arriva all’estate dopo settimane già segnate da ondate di calore importanti. Le tendenze stagionali indicano un trimestre più caldo della norma sull’Europa occidentale, con attenzione particolare alle aree mediterranee e alpine.
Il caldo moderno non è solo temperatura dell’aria. È umidità, radiazione solare, vento, asfalto, recupero notturno, qualità del sonno, capacità di alimentarsi. L’UCI oggi ragiona anche in termini di WBGT, un indice che tiene insieme più variabili ambientali. Quando il rischio sale, possono arrivare più rifornimenti, ghiaccio, modifiche agli orari, neutralizzazioni, perfino cancellazioni nei casi estremi.
La storia del Tour conosce bene il tema. Nel 1955, sul Ventoux, Jean Malléjac crollò in modo spaventoso in una giornata torrida. Nel 1967, sempre sul Ventoux, Tom Simpson morì: lì concorsero disidratazione, caldo, anfetamine e alcol, quindi sarebbe sbagliato ridurre tutto alla temperatura, ma il caldo fu parte del dramma. Nel 1970 Merckx vinse sul Ventoux e poi crollò dopo l’arrivo, costretto all’ossigeno. Nel 2003 Armstrong andò in crisi nella cronometro di Cap Découverte, con temperature intorno ai 40 gradi, e Ullrich riaprì il Tour. Nel 2015 Romain Bardet ebbe un colpo di calore nella tappa pirenaica verso Cauterets. Nel 2022, verso Carcassonne, il Tour corse con temperature fino a 40 gradi e misure speciali di sicurezza. Pogačar, allora in lotta con Vingegaard, disse che cinque ore a quelle temperature non sono sane per il corpo.
Ci sono corridori che lo soffrono dichiaratamente. Mathieu van der Poel, dopo una giornata difficile alla Dwars door Vlaanderen, disse chiaramente di non amare il caldo. Mads Pedersen ha spiegato di preferire pioggia e freddo, condizioni più adatte alla sua struttura. Tom Pidcock ha raccontato al Giro di aver pagato anche il caldo in una giornata alpina. Al contrario, Biniam Girmay ha detto di sentirsi bene con il caldo e di considerarlo un vantaggio.
Per gli uomini di generale il discorso è più complesso. Pogacar è vulnerabile al caldo, ma nel tempo ha lavorato su acclimatazione e protocolli di raffreddamento. Vingegaard ha costruito molte delle sue vittorie sulla capacità di reggere il logoramento. Arriva al 2026 con l’incognita di un calendario diverso, reduce dal Giro e da un percorso di preparazione non banale.
La tappa più simbolica sarà la ventesima. Croix de Fer, Télégraphe, Galibier, Sarenne, Alpe d’Huez. Quasi 5.500 metri di dislivello, penultimo giorno, gambe già consumate. Se farà fresco, sarà una tappa durissima. Se farà caldo, potrà diventare una selezione naturale.
