
I francesi sono così, se potessero farebbero cadere il 14 luglio sempre di domenica, per poterlo festeggiare degnamente anche in occasione degli eventi sportivi. In questa edizione del Tour de France hanno deciso di prolungare di un giorno le fatiche dei corridori: lì dove di solito cade il primo giorno di riposo, ovvero il secondo lunedì della corsa, hanno messo la decima tappa. Suggestiva per il percorso, ondulato e complesso come uno dei formaggi di quei posti.
La presa della Bastiglia (ma forse pochi francesi ancora si ricordano perché e percome di quell’evento) è stata onorata, per singolare contrappasso storico, da due britannici. Simon Yates, fresco vincitore del Giro, ha succhiato le ruote del conterraneo Ben Healy, nato in Inghilterra ma naturalizzato irlandese più per opportunità che per convinzione, e poi lasciato tutti i compagni di fuga, per tagliare solitario il traguardo di Mont Dore Puy de Sancy dopo 165,3 chilometri di gara. Ben Healy, che ha tirato per quasi 50 chilometri con il suo caracollare incerto sulla bicicletta, arrivando terzo ha vestito la maglia gialla, strappandola (forse per un solo giorno) al Piccolo Principe, sua maestà Pogacar.
Fa parte dei misteri dello sport l’amore che questo anglo irlandese suscita nei confronti dei tanti tifosi e di ancora più commentatori, che esaltano le sue sgroppate temerarie, il suo incedere ritmato e sgraziato, la faccia sorridente e il capello arruffato. Copia fuori tempo di un eroe hippy, forse per questo in grado di suscitare simpatia.
Infondo tutti lo ritengono innocuo, pittoresco e simpatico. Nulla a che vedere con i due signori di questa edizione della corsa francese: sua maestà piccolo-principe Pogacar e l’antagonista unico Vingegaard che anche oggi hanno dimostrato di possedere una marcia diversa rispetto a tutti gli altri.
E’ accaduto, infatti, che mentre Yates e Healy tagliavano il traguardo, raggiungendo così i rispettivi obiettivi, a poco più di 3 km si accendeva la corsa dei big. Tutta la Visma e un pezzo di Evenepoel provavano a intimidire Pogi il quale, stanco di tanta baruffa, scattava deciso. Gli resisteva, come ombra sul terreno, Vingegaard; tutti gli altri sparivano.
Proprio in quell’istante, con i due duellanti affiancati, pedalatori solitari, si è materializzata l’essenza stessa dello sport: la lotta serrata tra due pari entità. Pogi e Vingo, nella loro differenza infinitesimale, nel loro affrontarsi a viso aperto, nella loro inarrivabile distanza, nello spirito battagliero e nell’elegante rispetto reciproco, hanno richiamato altri due grandi duellanti che rispondono al nome di Sinner ed Alcaraz. Il ciclismo, come il tennis, ha trovato l’epica che l’accompagnerà per i prossimi anni.
