Un anno di sport, il 2023, difficile da raccontare, perché il mondo ha poco tempo da dedicare a queste cose, anche se preferisce dimenticare le guerre e i lutti. Voglio iniziare proprio da questi: per non dimenticare, per non dare l’impressione che una bella rovesciata o un successo possano cancellare le brutture dell'(in)umana follia.
Gaza è rasa al suo. Oltre 20000 morti. In Occidente il mainstream ci impone di ricordare il 7 ottobre, gli orrori di quei giorni e gli oltre 1000 morti israeliani. Come nelle migliori tradizioni è scattata la rappresaglia, che al momento conta 20 palestinesi per ogni israeliano. La furia non sembra placarsi e ho paura che il computo dei morti aumenterà ancora. Ricordo che i tedeschi si fermarono, per l’attentato di via Rasella, al rapporto di 1 a 10, ma non sempre la storia si ripete in farsa…
La guerra è ormai endemica anche in Europa. Tra Russia e Ucraina non si vedono possibilità di dialogo e ormai è evidente che i due leader nei rispettivi paesi sono diventati un peso. Nel frattempo la Nato, che ho sempre interpretato, anche negli anni della guerra fredda, come un organizzazione utile solo a limitare la democrazia nei paesi aderenti, si allarga anche alla Svezia, che fino a qualche anno fa manteneva una splendida neutralità. Considerare questo fatto come un elemento positivo vuole dire essere entrati nella logica bipolare (più che nel senso geopolitico, direi in quello medico) dell’Occidente.
Ultimo, ma non meno importante, continuano gli sbarchi sulle coste dell’Europa ed anche le tragedie in mare. Nessuno ci fa più caso o si commuove. Questa forse è la notizia peggiore.
Lo sport vive tutto questo con supina rassegnazione. Fino alla caduta del muro, le Olimpiadi e gli eventi sportivi avevano la forza di porre il problema, di pensare (anche se non di realizzare) la pace. Adesso gli organismi internazionali accettano pedissequamente le indicazioni che provengono dai potenti del pianeta, che sono sempre meno affidabili. Appare quasi che il nostro mondo, oltre a soffrire di un riscaldamento che non è normale, né ciclico, sia in preda ad una isteria collettiva. I governanti di USA, Russia, India, Occidente, e adesso anche Argentina, fanno a gara a mostrare i muscoli. Gli organismi sportivi internazionali, a cominciare dal CIO, si adeguano e seguono la scia; vendendosi agli arabi praticamente in tutte le discipline. Lo sport non rappresenta più un’isola felice, ma l’occasione per erigere steccati.
Arriviamo quindi all’anno di sport, in cui salvo poche cartoline, a mio avviso significative non certo per l’Italia, sempre più periferia dell’Impero. Riguardo questo aspetto, se non ci fosse stata la Coppa Davis di Sinner & Co, probabilmente avremmo poco da festeggiare: i due mondiali di Bagnaia e Ducati, quello di Tamberi, un pizzico di Ganna; ma insomma, poca roba. Il tennis italiano, tra le Finals di Torino e la Davis, ha invece messo il nostro Paese, almeno per 15 giorni, al centro dell’attenzione del mondo. Cosa che non ha fatto la Rider Cup (a proposito, che flop!).
Nei suoi occhi, che a stento si vedono sul documento di identità ritrovato, si legge tutta l’umanità di cui avremmo bisogno e che invece pian piano ci stiamo facendo scippare, mollemente adagiati sulle poltrone tra una serie di Netflix e l’altra. Se lo sport non ci aiuta ad alzare il culo e fare qualcosa, allora non è sport.
Ma non sono queste le cartoline di cui voglio scrivere.
La prima riguarda lo sport forse più seguito del pianeta: il cricket (alcuni dicono che sia il calcio; fate i conti e fate voi). Il mondiale di novembre in India è stato vinto dall’Australia, che ha inferto una delusione profonda ai sogni di grandezza del suo leader, Modi, e ad oltre 1,3 miliardi di persone. Il piccolo (demograficamente parlando) paese di 23 milioni di persone ha portato a casa, per la sesta volta, la coppa (su 13 edizioni), rinnovando un mistero che forse varrebbe la pena analizzare fino in fondo e che non riguarda solo il cricket, né solo l’Australia.
Nello sport i paesi leader non sono quelli che hanno più abitanti, ma un sistema scolastico migliore: Danimarca, Svezia, Olanda, Australia, Nuova Zelanda, Slovenia. Mi sono sempre chiesto come fa un paese di ridotte capacità demografiche, come la Nuova Zelanda a primeggiare in sport di massa come il rugby o la vela. Vale anche per l’Australia nel cricket o l’Olanda e il Belgio nel ciclismo.. per non parlare della Slovenia. Affido a qualche lettore la possibilità di spiegarmelo.
A proposito di rugby, la seconda cartolina riguarda il mondiale che si è giocato in Francia tra settembre ed ottobre e che ha visto primeggiare, per la quarta volta, il Sud Africa, in finale proprio contro gli All Blacks. Il successo dei Boks, nel rugby, fa poca notizia. E’ uno dei paesi di riferimento, forse l’unico in grado di giocare alla pari con gli ‘odiati’ neozelandesi. Il miracolo della Nazione arcobaleno, immaginata e realizzata da Mandela, si è ripetuto ancora una volta, con un gruppo di ragazzi che forse ben rappresenta il nuovo mondo, nel quale l’Occidente fa da comparsa.
La terza cartolina riguarda ‘il prescelto’ Lebron James, che a febbraio supera Kareem nella classifica di top scorer all time della Lega e a novembre i 39mila punti. Che ci arrivi a 38 anni è un elemento consequenziale (impossibile che ci possa arrivare un 20enne) ma non secondario. Ci dice che il vero talento è la capacità di allenarsi duramente, conservando un fisico integro anche in età (sportivamente) avanzata. Ci dice, soprattutto, che la NBA è una lega in grado di raccontare storie di tutti i tipi, rafforzandosi nell’immaginario planetario. I cervelloni della Superlega di calcio, prima di provare a realizzare qualcosa, si studino bene il passato e il presente della NBA, perché solo questa può rappresentare il punto di riferimento vincente.
La quarta cartolina è per Mathieu Van der Poel, campione del mondo di ciclismo strada e ciclocross, nello stesso anno in cui ha vinto anche la Milano Sanremo e la Parigi Roubaix. Per un ciclista normale la metà di tutto questo basterebbe per vivere di rendita fino alla fine dei propri giorni. L’olandese, figlio e nipote d’arte, sembra quasi voler fare il pieno dei successi che suo nonno, il mitico Raymond Poulidor (al secolo ‘eterno secondo’), mancò. In una generazione particolarmente fortunata di campionissimi, come Pogacar, Van Aert, Vingegaard e Evenenpoel, il 28enne olandese spicca per eclettismo e, soprattutto, gioia di correre. Mathieu è un incanto del ciclismo e il suo 2023 resterà negli annali.
L’ultima cartolina, la più importante, è dedicata a Shahida Raza 27 anni, capitana della nazionale femminile di hokey su prato del Pakistan e giocatrice della squadra di calcio fondata nel 2004 per affrancare la figura delle donne di quella regione, al confine con l’Afghanistan, dalla nefasta influenza dell’ISIS e dei Talebani.
Shahida è scomparsa a marzo di quest’anno, mentre cercava di raggiungere l’Italia su una imbarcazione di fortuna. E’ una delle 67 vittime del naufragio di Cutro. Voleva costruire una vita migliore per sua figlia, rimasta in un Afghanistan ormai in balia dei Talebani, frutto avvelenato dell’Occidente ai tempi dell’invasione russa e erbaccia che poi noi non siamo più stati capaci di estirpare.
Shahida, nella sua parabola umana, ci racconta esattamente cosa è diventato il mondo ed anche il profondo valore culturale e sociale che dovrebbe avere lo sport, in grado di formare le persone e renderli cittadini migliori, infondendo il coraggio e la forza per scelte difficili. Nei suoi occhi, che a stento si vedono sul documento di identità ritrovato, si legge tutta l’umanità di cui avremmo bisogno e che invece pian piano ci stiamo facendo scippare, mollemente adagiati sulle poltrone tra una serie di Netflix e l’altra. Se lo sport non ci aiuta ad alzare il culo e fare qualcosa, allora non è sport.
Shahida merita il mio oscar dello sport 2023.. peccato che non potrà mai saperlo.
