Un esempio per tutti, anche per lo sport #Jesuischarlie

Un esempio per tutti, anche per lo sport #Jesuischarlie

#JesuischarlieQuello che è accaduto ieri nella redazione parigina di Charlie Hebdo impone una riflessione a tutti coloro che operano nel mondo della comunicazione. Ci sono innumerevoli chiavi di lettura per uno degli eventi più tragici della storia recente francese. Il più utilizzato è quello di attentato alla libertà di espressione.
Per una curiosa eterogenesi dei fini, Charlie Hedbo, con la sua tragica parabola, è riuscito ad avere dalla sua parte quel mondo che fino all’altro ieri avrebbe fatto carte false perché esso stesso cessasse le pubblicazioni, o quanto meno smettesse di menare fendenti a destra e manca, soprattutto contro le chiese e le religioni, di ogni ordine e grado. Per un atroce e forse immeritato scherzo del destino, al capezzale dei colleghi di Charlie si sono seduti quei razzisti e fondamentalisti (cattolici) che lo stesso giornale ha colpito duramente nella sua storia. Tutti contro l’islam e contro i Mussulmani. E’ come ucciderli ancora.
Non è questa la chiave di lettura corretta. E non ci sembra lo sia neanche quella che vede minacciata, con questa azione terroristica, la libertà di stampa, nel senso di insieme di leggi organizzate per permettere l’enunciazione del libero pensiero. La Francia, diversamente dall’Italia, ha una lunga tradizione di tolleranza e libertaria, risalente all’Illuminismo e alla Rivoluzione (che tanti, anche tra quanti cinguettano entusiasti adesso #Jesuischarlie si sono spesso indaffarati a disconoscere e azzerare), con un conseguente apparato di leggi in grado di garantire il libero pensiero e la libertà di esprimerlo. Voltairre era francese, prima ancora di attecchire negli States aveva impregnato la cultura del suo paese di valori universali. Enrico IV aveva già messo a posto le cose con le chiese e le religioni. Del resto… “Parigi val bene una messa“.

Perché, allora, un sito che si occupa di sport si preoccupa di parlare di quanto accaduto alla redazione di Charlie Hebdo?
Perché siamo fermamente convinti che il vero problema sia il limite stesso dell’informazione, satira, politica o religiosa. Uno dei più autorevoli quotidiani finanziari dell’Occidente, pur prendendo (ipocritamente) le distanze dall’atto terroristico, non ha potuto fare a meno di notare come il settimanale satirico francese abbia spesso pubblicato vignette “stupide” e “inutilmente offensive”. Come dire, esiste un limite a tutto. Anche la libertaria Francia e la liberale Gran Bretagna si chiedono quindi: esiste un limite alla libertà di pensiero e di poterlo manifestare? E se sì, chi fissa questo limite?
La stampa (e il sistema di comunicazione) occidentale, nella stragrande maggioranza dei casi, è impaludata in ambiti che condizionano, primi tra i quali gli editori che preferiscono rendere conto agli inserzionisti (industrie, aziende, gruppi di potere) che ai lettori. Gli ipocriti “fatti separati dalle opinioni” e “imparzialità” sono le pietre angolari su cui la comunicazione occidentale (e forse anche mondiale) poggia la propria essenza.
Charlie Hedbo, nella sua stralunata e blasfema esistenza, è un’eccezione, come Il Manifesto in Italia (sempre in predicato di chiudere per endemica carenza di fondi), o il Male, quando usciva. Per queste testate non può esistere un fatto senza opinione, non può esistere verità senza presa di posizione, non può esserci equidistanza nel raccontare quanto accade attorno a noi. Ma oltre agli interessi dei “proprietari del vapore”, i condizionamenti fisici, economici e psicologici a cui è sottoposto chi lavora nella comunicazione sono tanti e tali da far dimenticare, spesso, il vero obiettivo: raccontare quello in cui si crede. Un ambito e una costrizione che vengono vissuti tutti i giorni anche nel mondo della comunicazione sportiva, schiacciata tra una cultura di massa (che chiede solo calcio) e gruppi di potere (politico ed economico) che vogliono rappresentare il mondo sportivo come ambiente ideale, in cui trovare consolazione dalle brutture della vita quotidiana. Lo sport non è questo (ma ricordarlo non è lo scopo di questo articolo).
I giornalisti e colleghi di Charlie Hedbo hanno cercato, nella loro travagliata storia, di non rendere conto a nessuno se non alla propria coscienza. In una Francia figlia dei Lumi e della Rivoluzione francese, quella della Costituzione del ’93 (la più progressista mai scritta da uomini) questo è stato possibile, nonostante il “politically correct”, nonostante le convenzioni. Addirittura nonostante i propri lettori, a volte feriti e colpiti anche dalle provocazioni delle vignette blasfeme. Nonostante, soprattutto, le minacce terroristiche e quella voglia, condivisa da molti, di vederli sparire per sempre. Un esperimento ed un esercizio, quello di Charlie Hedbo, impensabile in un’Italia, schiacciata dalla chiesa cattolica (altro che islam) e da una subcultura provinciale della classe industriale.
Questa coerenza, nel senso più ampio del termine, è l’eredità maggiore che lasciano i colleghi “caduti” ieri a Parigi. Un’eredità che è anche un monito, per chi fa questo mestiere, da tenere presente ogni volta che è costretto, per convenienza, costrizione o paura, a scendere a patti con le proprie convinzioni. Quando accadrà (ed accadrà, perché accade sempre), sarà come armare ancora una volta la mano scellerata dei killer.
Jorge Ricardo Masetti, creatore di Prensa Latina, diceva di questo mestiere: “Essere obiettivi ma non imparziali, dato che non si può essere imparziali tra il bene e il male”. #Jesuischarlie
Antonio Ungaro

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