Di Federico Roman
Come è difficile dare un parere su un risultato olimpico, dicevo nel precedente articolo, senza scadere nel personalismo o nella sterile critica, ma al contempo senza rimanere nel melenso “andrà tutto bene” del periodo del Covid che così bene non ha portato, oppure dal solito “abbiamo i segnali di non essere così lontani dai migliori”, che si ripete da decenni e non stimola analisi e nuove strategie. Non mi sorprende che il continuo cambiamento dei tecnici faccia cadere in questo tranello a turno quelli arrivati da poco, perdonati, considerata la relativamente corta visione storica della loro esperienza nel ruolo.
Tanto più difficile dare un parere nella disciplina del Completo dove sono stato coinvolto in tutti i ruoli, atleta, selezionatore, tecnico, proprietario, padre e marito, e nel cui ambito ho però ancora la facile possibilità di un confronto diretto con cavalieri ed esperti anche non italiani ai massimi livelli, le loro opinioni ed i loro progetti. In queste settimane di riflessione ho meditato a lungo sulle considerazioni fatte dai protagonisti della squadra italiana, cavalieri e tecnici, che con gradazioni diverse e qualche scontata eccezione, hanno tutti espresso una ampia soddisfazione delle prove fatte. E reputo significativo che anche i tecnici “privati” coinvolti nella preparazione dei binomi dichiarino la loro soddisfazione, l’attitudine professionale degli atleti, oltre al fatto che l’atmosfera tra i definiti “ragazzi” (?) sia stata sempre piacevole e di grande disponibilità.
E su questo concordo con loro. Se lasciamo dietro le quinte la disavventura di Emiliano Portale ed i momenti meno brillanti di Giovanni Ugolotti (il giorno nero può capitare a tutti), concordo sul fatto che le prove dei nostri cavalieri siano state al meglio delle aspettative possibili. A cominciare dagli ottimi punteggi percentuali del primo giorno nel dressage. E le tensioni che avevano accompagnato la squadra a Tokyo tre anni addietro, sulla scelta del primo escluso, si sono ridimensionate nella norma di una sana delusione.
Poi guardo i numeri, quei crudi numeri che dicono 7-6 \ 1-6 \ 3-6 nel tennis, oppure 1 a 2 finale nel gioco del pallone, dopo un primo tempo in parità. I nostri numeri dicono che da Atlanta 1996 ad oggi , sono otto edizioni dei Giochi Olimpici, abbiamo avuto solamente un cavaliere italiano nei primi dieci classificati, Magni quinto a Sydney 2000, seguito dall’ 11° posto su 75 partenti di Vittoria Panizzon a Londra. La squadra mai classificata meglio della 6° posizione. Da 28 anni ci piazziamo anche nelle migliori occasioni in un’area, sempre non a ridosso delle medaglie. Sfrondando emozioni e passione dobbiamo serenamente mettere in relazione questi dati di fatto con l’immagine che abbiamo, in periodo olimpico, di quelle rappresentative delle varie discipline sportive che non hanno raggiunto il podio, e che corrisponde all’immagine che gli altri hanno di noi equestri.
Sorge immediata una domanda: se tutto va bene e a Parigi siamo soddisfatti di fare con il miglior cavaliere italiano, anzi un’amazzone, 22esimi come meritevole miglior risultato, se anche facendo i “conti della serva” ipotizziamo Portale proseguire la gara senza ulteriori penalità in cross e salto mettendo la squadra al 9° posto su 16 squadre partite, forse qualcosa non quadra. E non nella singola prestazione di ciascun cavaliere. I cavalieri fanno al meglio il loro mestiere e vanno sempre apprezzati e tutelati.
Non quadra l’insieme
Se consideriamo l’Equitazione agonistica italiana degna di pesare nel panorama internazionale, qualcosa di importante ci sfugge. Oppure siamo convinti di essere giustamente condannati ad una posizione di secondo piano in eterno e soddisfatti in qualche occasione di cogliere sulle disavventure altrui un momento di piccola gloria. Cosa che al mio spirito agonista non piace affatto. Come la squadra della mia città natale, la Triestina, che dopo un passato abbastanza brillante in campionato nel periodo intorno la seconda guerra mondiale, poi retrocessa per anni in serie C, finì col festeggiare il ritorno in serie B come un grande risultato. E non quadra soprattutto se aggiungiamo il fatto che abbiamo una Federazione meritevole di aver messo a disposizione dei nostri binomi l’occasione frequente di avere dei Campionati Europei e Mondiali in casa sia a livello Seniores che nelle squadre under 18, under 21 e pony e che meritevolmente i numeri sono da decenni in crescita continua. Se il fattore campo non promuove la stabile maturazione dell’alto livello né ci agevola la qualifica olimpica, evidentemente spesso ci illude coi risultati “in casa” di avere una collocazione migliore del vero , e forse diventa un investimento non proprio redditizio sul piano sportivo. E se alla crescita dei numeri corrisponde un futuro di vertice sempre futuro e dai tempi di Sordelli mai concretizzato, vorrà dire molto probabilmente che non è quella la strada per tornare sul podio nelle prossime edizioni dei Giochi Olimpici. Dopo i 4 presenti a Parigi non c’erano alternative tolto uno od ottimisticamente due binomi.
Non mi faccio coinvolgere dalla politica elettorale, consapevole che nessuno può andare contro la deriva populistica dello sport anni 2020, ma forse solo tendenza e non deriva, visto che raccoglie ampio consenso comunque e che rispetto. Al contempo sento il dovere nato dall’attenzione, passione ed esperienza per dare qualche idea sul da farsi, anche stimolato dal vedere qua e là dei frequenti segnali di ravvedimento dalla politica del “tutti campioni” e tutto in crescita, che per me vuol anche dire “nessun campione” e crescita verso il basso purtroppo. E quindi cerco a fatica dei suggerimenti utili, al di sopra delle parti, immaginando che chi dovrà decidere dopodomani debba e voglia occuparsi veramente del problema.
QUALCHE SUGGERIMENTO CHE NASCE DALL’ANALISI DEI DATI E DALLA LUNGA ESPERIENZA
1) SAPER GALOPPARE VERSO I SALTI. Mi vengono in soccorso i risultati dei recenti campionati giovanili (pony, under 18 ed under 21), sforzandomi tra le righe ed i numeri di trovare i denominatori comuni , e balza evidente che i punti negativi dopo il dressage, praticamente sempre aumentano. Nessuno nel tempo in campagna, pochi i netti in salto ostacoli. Ma mentre i giovani non hanno avuto nemmeno un binomio che raggiunge il 70 percento in dressage, la nostra rappresentativa olimpica in piano era andata molto bene. Senza l’intoppo di Emiliano a prova ultimata, potenzialmente nelle prime 5 nazioni. Osservo quindi, e purtroppo senza troppa sorpresa, che a Parigi , dopo la prima positiva prova in piano, su 7 percorsi tra cross e salto , non c’è stato uno zero nel tempo . E per chi era messo bene in dressage questo significa perdere progressivamente contatto con il vertice. Il succitato 3 ad 1 finale dopo un positivo primo tempo nel calcio, così difficile da interpretare come soddisfacente da chi non conosca in anticipo i limiti oggettivi dei binomi e quindi le vere aspettative in quella gara nel confrontarsi con l’élite del panorama mondiale.
Il Marchese Mangilli diceva, forse un po’ eccedendo ma con grande sintesi: “la prova di campagna del Completo è una gara contro il tempo dove ci sono anche degli ostacoli!“. Da questo bisogna ripartire: eravamo maestri nel recuperare posizioni galoppando veloci, e non lo sappiamo più fare . Era normale fare un percorso netto il terzo giorno, (quante volte mi hanno ricordato quell’unica barriera caduta all’uscita della doppia a Mosca, ininfluente sulla classifica ma ben notata!). Ed ora è cosa difficile. Si fanno tanti ragionamenti, tanti studi delle distanze, tanti pensieri, tante ipotesi …. Ma alla fine forse tutto troppo complicato, perdendo il senso raffinato dell’equitazione naturale che sa mantenere il giusto equilibrio del cavallo avanzando, con poche morbide interruzioni nei momenti necessari e sa stimolare la sua capacità ad impiegarsi con armonia e semplicità sui salti. Se non sei in armonia ed equilibrio, devi rallentare, se rallenti perdi tempo e devi riaccelerare, e poi si ricomincia il salto successivo. È una storia che vediamo praticata ormai da lustri anche da attori di primo piano. Ed i cavalli faticano di più e si logorano nel fisico e nella mente, i secondi fuori tempo scorrono, ed il giorno del percorso con le barriere che cadono qualcos’altro si paga . Successe al sottoscritto in maniera macroscopica a Barcellona! Sul modo di saltare, sulla relazione tra armonia e facilità delle distanze e coperture ecc. potrei scrivere molto oltre. Ma non adesso.

2) MANTENERE IN ATTIVITA’ I CAVALIERI MIGLIORI E VALORIZZARE LA LORO CAPACITA’ ED INDIPENDENZA. Riguardiamo i nomi della tabellina qui sopra. Cosa notate? A confronto con quanto accade nelle nazioni oggi forti, incluse quelle in ascesa , da noi italiani il ricambio di cavalieri è molto alto. Solo Vittoria Panizzon appare come miglior cavaliere italiano più di una volta, e non a caso dal netto nel tempo di Magni a Sydney, la più veloce degli italiani in gara. A Parigi avevamo quattro cavalieri debuttanti a livello olimpico. La media delle esperienze olimpiche dei primi 10 classificati è vicino a tre, con un solo debuttante ed un top alla quinta presenza ai Giochi. Il turn-over ci mette a confronto con cavalieri più esperti e ci priva di avere in squadra non dico un campione , che non c’è, ma almeno qualche leader che faccia da motore trainante e stimolo ai più giovani .
Ho visto da vicino il Rapporto tra i tecnici ed i cavalieri delle nazioni forti. È totalmente paritetico e molto vicino al concetto di “coaching”, ovvero di collaborazione nell’aiutare il cavaliere “sulla sua strada”, soprattutto durante le gare. Poi a casa si lavora insieme, a volte anche in maniera molto direttiva , ma sempre tenendo presente che per competere con Michael Yung ci vuole un atleta maturo , cosciente e convinto di se stesso, a volte anche un po’ aggressivo e magari un po’ disubbidiente, e non un bravo allievo che al primo dubbio guarda l’Istruttore. Il protagonista deve ritornare il cavaliere/amazzone, con tutto il contorno defilato il più possibile che aiuta. A Sydney per fare un esempio, ho lavorato in dressage prima della gara con Fabio Magni solo i giorni precedenti e fino all’ingresso in campo. Mai successo prima né dopo. Ed è successo perché lui me lo ha espressamente insistentemente chiesto. Ho sentito in quei giorni sulla mia pelle l’enorme peso della responsabilità nel toccare abitudini e schemi consolidati. Ma partendo dalla convinzione di Fabio, la cosa ha funzionato e mi ha anche dato stimolo ed entusiasmo per trovare in quelle poche ore il tocco per dare alla sua performance il meglio in carriera oltre ogni dubbio, rispettando l’immagine e la personalità di un atleta amico, ma non tra i più semplici. Le riunioni con 4 cavalieri e dieci dirigenti che parlano sono una perdita di tempo e forse di carica che ognuno con il suo carattere se è bravo trova a modo suo.
3) NON NASCONDERSI DIETRO L’ALIBI DEI CAVALLI CHE MANCANO MA SEMMAI INDIVIDUARNE. LE CAUSE ED AVERE LA CAPACITA’ DI RIMEDIARE. Un cavaliere che punti ai vertici deve avere nelle sue caratteristiche essenziali la capacità di procurarsi o costruire i cavalli che servono . Ne ho già parlato più a lungo in un commento precedente citando anche alcuni casi diversi . Se nel caso singolo la motivazione è ragionevole, non può essere accettata passivamente a livello di sistema. E come la differenza tra un alunno della classe insufficiente in matematica e quasi tutta la classe bocciata! Se i rapporti economici all’interno del sistema Italia equestre non consentono la vantaggiosa produzione di cavalli verso l’alto livello da parte dei professionisti, siamo destinati all’acquisto continuo e quindi a selezionare sempre di più solamente chi avrà grandi disponibilità economiche.
4) DISTINGUERE NETTAMENTE TRA DRESSAGE E LAVORO IN PIANO E LAVORARE DOVE SI PERDONO PIU’ PUNTI . BILANCIARE LA SPECIALIZZAZIONE. Il lavoro di preparazione per la prova in rettangolo, è solo una parte del lavoro in piano che deve sviluppare un buon cavallo da completo. A volte concentrarsi troppo su un tema entra in contrasto con l’equilibrio necessario tra le tre prove. Lo stesso vale per il salto ostacoli, utilissimo fino un certo punto, rischia di essere controproducente se portato troppo nella specializzazione fisica e mentale del cavallo. Saper galoppare in discesa veloci ed ordinati, riorganizzare l’equilibrio senza tensioni in collaborazione e non in contrasto, avere una serena disponibilità fin dal gabbiotto di partenza che riduca lo spreco di energia in tutto il tracciato, saper galoppare in salita razionalmente con tutto il corpo del cavallo che collabora, sono tutti argomenti fondamentali che mi paiono in disuso, e sono il presupposto ineludibile per andare veloci e sicuri . Vanno praticati da cavalieri e cavalli nel lavoro quotidiano fin dall’inizio e raffinati nel progredire di livello . E temo che l’ ottima cultura che nel merito aveva la base sportiva di casa nostra, con una frequente interazione legata al mondo delle corse e quindi sia all’allenamento che alla tecnica del galoppare , per molti attori di primo piano degli ultimi lustri sia una lingua quasi sconosciuta, a cominciare dalla giusta staffatura.
5) RECUPERARE E METTERE NUOVAMENTE IN PRATICA ALLA BASE I CARDINI DELL’INSIEME COL CAVALLO, L’ASSETTO INNANZITUTTO, IL RISPETTO DELLA BOCCA E DELLA LIBERTA’ DI IMPIEGARSI. I cardini dell’equitazione post Paderni nella maturazione di tecniche sempre più raffinate, sono rimasti da sempre la convivenza del controllo necessario con la massima libertà possibile per il cavallo di utilizzare il suo corpo. Soprattutto nella dinamica del galoppo e salto. Non è difficile capire che 70 e più chili che danno ordini magari giusti ed al contempo sobbalzano sopra il cavallo o ne limitano od appesantiscono i movimenti col corpo e con le redini sono cose in contrasto con l’obbiettivo. Come danzare con qualcuno che ti pesta spesso i piedi o si appende alle tue spalle!
E allora meno spalle indietro che disturbano il cavallo ed invece mettere il peso neutro al centro, abbassando i talloni e con gli angoli giusti di caviglia, ginocchio, bacino e testa! Parrebbero banalità ed invece sono solo i fondamentali. A mio parere “su le spalle” usato come il ketchup ovunque, da sostituire col sano “alza la testa ed apri le spalle”, o al massimo “e raddrizza il busto “, ricordando che se bisogna cambiare l’equilibrio, l’equilibrio era errato da prima. Un grande Maestro della mia gioventù, Vittorio Zecchini, mi disse un giorno vedendomi in difficoltà: Federico, quando le cose andavano, e non vanno più, si è perso l’assetto o si usa troppo la mano …. O entrambi. Ad maiora!

Bravissimo Roman. Io, che sono del tutto a digiuno di nozioni riguardanti l’equitazione, riesco finalmente a capire qualcosa di più di ciò che vedo in tv. C’è una bella differenza tra limitarsi a trovare bello un dipinto e saper invece intuire il perché di un certo colore, le influenze si altre scuole pittoriche, il simbolismo di alcuni particolari, ecc. Questo grazie a Roman, che sa anche guidare il profano nel capire dinamiche che influenzano positivamente questo sport. Ripeto: bravo!
Sul modo di saltare, sulla relazione tra armonia e facilità delle distanze e coperture ecc. potrei scrivere delle pagine, ed evito.
conclusione frase perduta …….