Lun, 16 Febbraio 2026
CiclismoUna laurea per Ernesto Colnago, l'ingegnere che si è fatto da sè

Una laurea per Ernesto Colnago, l’ingegnere che si è fatto da sè

Da dopodomani bisognerà chiamarlo ingegnere. Che suona strano per uno che ha fatto solo le elementari, come si usava un tempo quando la vita bisognava guadagnarsela fin da piccoli rimboccandosi le maniche per dare una mano a casa. Suona strano ma non suona male. Anzi suona benissimo perchè Ernesto Colnago, 93 anni compiuti il 9 febbraio, la laurea se l’è costruita con le sue mani pezzo per pezzo, con le sue invenzioni, con il suo intuito, con le sue bici che, raggio dopo raggio, hanno scritto la storia. Dopodomani il magnifico rettore del Politecnico di Milano metterà nelle sue mani un diploma che, dopo una lectio magistralis, riporterà il sapere nella dimensione più concreta, poca teoria, tutto talento, esperienza, perizia.

Novantatre anni di vita, di storia, di ciclismo e non solo di ciclismo perchè “l’Ernesto”, con l’articolo davanti come usa dalle sua parti in Brianza, terra di artigiani e mobilieri, con la sua impresa e con le sue biciclette che ancora oggi portano il suo nome anche se da qualche anno ha passato la mano agli emiri, rappresenta l’ultima generazione di quegli imprenditori fatti da sè, geniali, assennati, tutti casa e bottega che hanno permesso all’Italia di ricominciare a credere nel futuro dopo le macerie della guerra. Ci voleva gente così per ripartire, per  raccontare al mondo di cosa fosse capace l’imprenditoria italiana, di che sacrifici servivano, di quali intuizioni, di quanta passione fosse necessaria per far diventare un lavoro, nel caso di Colnago una bicicletta, un’opera d’arte. C’erano una volta gli uomini così dal cervello fino e le mani d’oro che trasformavano in solide realtà anche i sogni più visionari, ci sono oggi gli influencer imprenditore del nulla o quasi…Ma tant’è. 

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Artigiano, artista, innovatore, nasce contadino, diventa meccanico di biciclette, fonda una officina che negli anni diventa il più prestigioso e blasonato marchio di biciclette al mondo. Tutto ciò con la quinta elementare che una volta contava, eccome se contava. Cavaliere del lavoro, primo a entrare in azienda e ultimo a uscire, talento passione, voglia di lavorare e di rischiare, voglia di inventare. E’ una vita di ciclismo. Una vita che sembra una favola e forse lo è. Novantatrè anni ancora in sella, non più in azienda,  a raccontare cosa sono stati Colnago e la Colnago, da Cambiago nel mondo,  in quel pezzo di fabbrica dove prima si costruivano bici e che ora ospita “La Collezione”  lo spazio creato dal nipote Alessandro che racconta la formidabile meraviglia della sua opera.  “In lui vivono due persone: l’artigiano in grado di unire il bello all’utile, ma anche il fanciullo entusiasta sempre con gli occhi che gli si illuminano…”, raccontava in una frase qualche anno fa l’allora ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale Vittorio Colao, anche lui ciclista appassionato.

Un buon indizio ma non basta perchè è impossibile raccontare con una frase chi è Ernesto Colnago e cosa rappresenta per il ciclismo e per il Paese questo ” Drake” delle due ruote. Come possa la sua avventura cominciata in una piccola officina di 25 metri quadrati al numero 10 di via Garibaldi a Cambiago  aver inciso così nella nostra storia d’impresa. A volte il destino ce l’hai scritto in fronte o nel cuore. Antonio e Elvira, i suoi genitori, volevano che continuasse a fare il contadino perché la terra c’era, rendeva e un paio di braccia in più facevano comodo, ma l’Ernesto lo sapeva che sarebbe finita come è finita. La sua storia se l’è scritta tutta da solo: “Montavo i raggi sulle delle bici alla Gloria- racconta – Sono tornato una sera a casa col primo stipendio e mi aveva dato davvero poco qualche spicciolo, delle caramelle al miele e un barattolo di marmellata. Avevo dato tutto a mio padre che chiamo mia madre e disse:  bene, cambiamo la Moka…”

Novantatre anni che raccontano la sua sua vita, sua moglie Vincenzina scomparsa sette anni fa, il vuoto e la dolce malinconia che ha lasciato,  che raccontano l’epopea del  ciclismo tutto, non solo azzurro.  Novantatrè anni che sono la storia, il presente e anche il futuro delle due ruote da corsa che questo “brand”, come mai lo chiamerebbe l’Ernesto, continua a fare affidandosi alle mani di altri manager. Che sono strade percorse al fianco di industriali, presidenti, anche il Papa.  Un’avventura che in tutti questi anni ha incontrato campioni, ha messo insieme ottomila vittorie con le sue bici  usate da oltre un centinaio di team professionistici. Il record dell’ora di Mercx nel 1972 a Città del Messico, campioni come Magni, Nencini, Motta, Saronni, Bugno, Freire, Museeuw, Rominger, Tonkov, Zabel e Petacchi. Tre mondiali nel ciclocross con Wout Van Aert ed ora Tadej Pogacar, “el fioeu” come lo chiama lui con affetto. E poi la collaborazione con Enzo Ferrari, con Silvio Berlusconi, con Giorgio Squinzi , Luca Cordero di Montezemolo,  l’incontro con il Re di Spagna Juan Carlos, con il presidente Giorgio Napolitano, con il Karol Woityla a cui donò una bici da corsa che poi riacquistò in una asta dopo la sua scomparsa, e una bici da passeggio che il papa usava a a Castel Gandolfo. Ma il lavoro e l’eredità dell’Ernesto sono eterni,  una lezione per tutti, sono la prova di come come  le lauree a volte si guadagnano sul campo perchè come dice sempre “ho passato la vita a costruire biciclette e quello so fare…”. Ma vuoi mettere?   Novantatrè anni tra telai, pedivelle, carbonio, cambi elettronici, freni a disco perchè bisogna sempre guardare avanti. Va così. Va così e ancora oggi basta parlargli cinque minuti e capisci che ha un passo in più, che ragiona veloce, che vede le curve prima.

Una vita scritta tra Giri d’Italia,  mondiali e Tour. Tra bici  pensate e costruite. Tra bici immaginate e coraggiose come quelle in carbonio per la Parigi -Roubaix, le prime, prima che gli altri capissero e facessero lo stesso, incrociando le dita perchè c’era i timore che sulle pietre si spezzassero, perchè per vincere ci vuole coraggio, un po’ di fortuna e campioni come Franco Ballerini. Una vita che potrebbe tutta finire in un museo e che un po’ ci è anche finita perchè nello spazio dove una volta c’era la “bottega” di Cambiago ora sono raccolte e conservate tutte le  Colnago che hanno scritto la storia.  Nel suo ufficio tra targhe coppe e foto l’unica cosa che manca è il computer, «Perché sum minga bun…». A  lui, all’Ernesto, per fare le rivoluzioni bastano ancora un foglio di carta e una penna.  Da dopodomani ci sarà anche una laurea. Ma con una storia così pare proprio un dettaglio…

Antonio Ruzzo
Antonio Ruzzo
Sposato, con tre figli, giornalista professionista dal 1995. Il mestiere mi ha portato per anni a raccontare storie di nera e di morti ammazzati, la vita a inseguire sogni e passioni in bicicletta. Triatleta (scarso) da anni racconto quotidianamente lo sport nel blog “Vado di corsa” sul sito di un quotidiano nazionale. Ho un debole per chi non vince mai, per chi sa che il traguardo è lontanissimo ma non molla e per chi impazzisce per il profumo dell'olio canforato.

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1 commento

  1. Una bella ( non so usare altro aggettivo) narrazione di una delle tante, sì “tante”( in questo campo mi viene in mente, ad esempio,Faliero Masi, nato vicino a Prato, dove io vivo)persone geniali quanto umili, e che hanno dato lustro a questo paese. Di molte non ne è rimasta memoria: ma di quanta riconoscenza avrebbero meritato! Forse, una qualche ricerca, potrebbe farcene scoprire altre.
    Complimenti a sport 24 ed ai suoi Collaboratori. Da sportivo, e da famiglia di sportivi, vorrei che possa giungere al grande Ernesto Colnago, ingegnere, con infinita ammirazione: le più sentite, cordiali Felicitazioni!

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