
Certi uomini, anche donne, non sono mai sazi di sfide. Bruciano calorie di emozioni e attese sconfinate prima della partenza per il prossimo obiettivo. È più di un traguardo nel piatto. Soprattutto quando si parla di montagna e di sport estremo in montagna. Certi uomini, Federico Colli ad esempio, selezionano la fame e cercano anche la bellezza nella partenza per una nuova meta, quasi che un’impresa non sia tale se non è bella da impazzire la destinazione.
Federico Colli è partito oggi per la sua spedizione, un campione dell’estremo capace di spingersi là dove il ghiaccio, il vento e la fatica diventano insegnamento. Sembra strano, ma non è così. E poi, quando l’impresa è compiuta, di solito il “nostro” Fede torna arricchito per arricchire gli altri: con i racconti, per chi come te non è avvezzo a certe fatiche, con i piani di allenamento, per chi si fa seguire da lui (la più famosa è Federica Brignone), in una vita che fa sempre il pieno di sport con quello spirito di avventura sorridente che è estremo ma non se la tira fino in fondo. E trasmette il senso: tutti ce la possono fare ma solo lavorando con serietà … divertendosi. Insomma, non proprio tutte e tutti.

Da anni segui le sue avventure, dal Circolo Polare Artico all’Himalaya, fino all’ultima incredibile Big North Expedition in Alaska. E il fatto di avere un contatto con lui, diretto, mai mediato, come succede oggi troppo spesso con i campioni, è un vero regalo che la vita di relazioni e giornalismo ti ha dato. Sei in contatto e lui si ricorda di rammentarmelo tenendoti aggiornata sulle prossime sfide. Semplicemente. Colli è pronto alla prossima meta che è: il Cerro Castillo in Patagonia cilena, non proprio dietro l’angolo, una montagna affilata e selvaggia, regno per pochi, luogo di linee verticali e di silenzi assoluti. Il posto perfetto per allenare la curiosità naturale e sportiva di Federico Colli.

Federico vive lo sport come linguaggio di condivisione, con lo spirito dell’insegnante (trainer please) che sa raccontare, spiegare, trasmettere. Le sue sfide sono anche palestra per gli altri, non sono mai fini a “se stesso” ed egotiste come oggi spesso accade. Parlare con lui significa viaggiare con la mente e, inevitabilmente, farsi contagiare da una passione che diventa filosofia di vita. Curiosità, esperienza, anche coraggio, voglia di condividere la bellezza della natura. Ecco allora un’intervista che ci ha concesso qualche settimana fa. Il menù goloso è la sfida che parte proprio oggi.
Partiamo dal Cerro Castillo. Perché hai scelto proprio questa montagna e cosa rappresenta per te rispetto alle altre spedizioni che hai fatto in Alaska o in Himalaya? “Rispondo alle domande davanti al Monte Bianco, dove trovo ispirazione. Qui, per me, è casa. Ma è anche terreno d’allenamento severo”.

Inizia così il suo viaggio desiderato: “Il Cerro Castillo è come un diamante grezzo della Patagonia: affilato, selvaggio, poco battuto. Mi affascina perché non regala niente, devi meritartelo. L’Alaska è stata tecnica, l’Himalaya immensa… la Patagonia è più intima, quasi “scomoda”. E a me piace quando la montagna ti obbliga a uscire dalla comfort zone”.
L’estremo come scelta. Tu hai sempre cercato terreni vergini, linee mai tracciate: è più la voglia di esplorare o la necessità di metterti alla prova? Direi entrambe, ma con un pizzico di curiosità in più. Il bello è arrivare in un posto e dire: “Ehi, qui non è mai passato nessuno con gli sci!”. Non è ego: è sete di esplorazione. È come scrivere su un foglio bianco. Mettermi alla prova un pizzico di più, rispetto a ripetere una discesa aperta dai grandi dello sci estremo negli anni 80-90”.
Il rischio. In Alaska hai sciato pendenze da 65 gradi, in Patagonia ti troverai di fronte a ghiacciai sospesi e meteo incerto: hai mai avuto paura e ne avrai? “Se non avessi paura, sarei pericoloso. La paura è la mia cintura di sicurezza. La senti, la rispetti e la trasformi in attenzione. Il meteo patagonico? Diciamo che lì la paura si chiama “vento”: ti può portare via gli sci… e anche il sorriso! In Alaska la scommessa vinta è stato capire se tutta quella neve sarebbe rimasta stabile a quelle pendenze esagerate. In Patagonia temo maggiormente il vento, e quindi l’incognita ghiaccio sulle pareti”.
Preparazione. Sei maestro di sci e preparatore atletico di atleti d’élite come Federica Brignone. Come cambia la preparazione di un campione rispetto a quella necessaria per affrontare spedizioni estreme? “Un campione come Federica lavora su precisione e performance, io invece devo allenare anche la sopravvivenza. In spedizione non basta sciare bene: devi saper resistere al freddo, portare uno zaino pesante, dormire male e ripartire col sorriso. È un mix di fisico e testa. senza sottovalutare il terreno d’avventura con superfici e nevi molto diverse tra loro, e la valutazione del rischio valanghe in loco”.
Il metodo “Tana delle Tigri”. Cosa significa e come lo hai sviluppato? È un approccio solo fisico o anche mentale? “La “Tana delle Tigri” è la mia idea di programmazione di allenamento : entri, lavori duro, ti diverti e quando esci ti senti un po’ tigre. Scherzi a parte, È molto fisico, certo, ma molto mentale. E l’ingrediente segreto è davvero la passione. Il concetto è semplice: diventare forti insieme, non da soli”.
Il lato umano. Da anni trasmetti la tua esperienza anche ai giovani e agli appassionati. Quanto conta per te la divulgazione, il raccontare oltre al fare? “Tantissimo. Per me raccontare è quasi un dovere. Se tieni un’esperienza solo per te, rimane un ricordo personale; se la condividi, diventa un seme che può crescere in altri. E vedere ragazzi che migliorano grazie a un consiglio vale più di mille discese. E poi lo dico e lo penso sempre: un grammo di buon esempio, vale più di mille kg di parole!”.
La Patagonia come laboratorio naturale. Tra ghiacciai che si ritirano e ambienti incontaminati, quanto è importante per te documentare anche l’aspetto ambientale delle tue spedizioni? “Fondamentale. Lo sci estremo è anche la scusa per guardare da vicino un mondo che sta cambiando troppo in fretta. Quando scii su un ghiacciaio che sai non sarà uguale tra 10 anni, non puoi rimanere indifferente. Le mie spedizioni sono anche piccoli reportage ambientali”.
L’equilibrio tra Milano e la montagna. Sei nato a Milano, ma hai scelto Courmayeur come casa: quanto c’è della Città da bere e quanto del Monte Bianco nella tua vita quotidiana? “Milano mi ha dato la grinta e l’organizzazione; Courmayeur la calma e la pace della montagna. A Milano impari a correre, a Courmayeur impari a respirare con il passo giusto per arrivare in vetta. Insieme fanno il mix perfetto: un milanese che però quando vede il Bianco si ricorda perché ama la bellezza dello scivolare con gli sci sulla neve”.
Il ricordo più forte. Se dovessi scegliere un’immagine o un momento che ti rappresenta davvero in queste tue spedizioni, quale sarebbe? “Alaska 2024, cima di una parete a 65 gradi. Io, due amici, silenzio assoluto. Guardi giù e pensi: “Ok, adesso tocca a me scrivere questa linea”. È un istante che racchiude paura, gioia e libertà insieme. Anche il 2013, a pensarci bene, quando ripenso a quel giorno che mi sono messo a scendere da solo con gli sci ICE fall dall’Everest, senza il mio compagno bloccato al campo base. Un equilibrismo senza rete di protezione”.
Guardando avanti. Dopo il Cerro Castillo, cosa sogna ancora Federico Colli? “Sogno sempre un po’ più in là. Forse l’Antartide o semplicemente la prossima mattina sugli sci con i miei allievi. I sogni grandi e quelli piccoli hanno lo stesso valore se ti fanno battere il cuore”.
Parità di genere. Se ne parla tanto ed è giusto così oggi, soprattutto, qual è il tuo punto di vista: c’è una differenza di genere da evidenziare nel mondo dell’alpinismo? “Le differenze fisiche esistono, ma la montagna non legge il passaporto né il sesso. In parete conta la testa, la preparazione e il cuore. E vi assicuro che ho visto ragazze con più coraggio di tanti maschi. Soprattutto in scalata su roccia, dove non sono certo un virtuoso…”.
Fattore sicurezza. Quest’anno le statistiche sembra dicano che la gente ha scelto la montagna più che il mare per turismo estivo. Siamo sempre troppo poco preparati o c’è più cultura della Montagna? “C’è più voglia di montagna, ma la preparazione spesso non segue. Non basta un paio di scarponcini nuovi per trasformarsi in alpinisti. Ci vuole cultura, formazione e soprattutto rispetto. La montagna è bellissima, ma non è un parco giochi”.
Oltre a questo, sono sempre troppe le notizie brutte e tragiche di alpinisti che muoiono in montagna anche per un evidente cambiamento climatico. Quale è la tua personale riflessione? “Il cambiamento climatico è il nuovo “compagno di cordata”: sempre presente, sempre imprevedibile. I ghiacciai crollano, le condizioni cambiano da un’ora all’altra. La riflessione è semplice: oggi più che mai serve prudenza e consapevolezza. Ma anche più impegno collettivo, perché non possiamo pensare che la montagna si adatti solo a noi. Controllare molto bene il meteo prima di partire. E non forzare i numeri solo perché abbiamo sempre meno tempo per dedicarci nel tempo libero all’alpinismo. Io ho notato che la stagione per lo sci ripido, con buoni margini di sicurezza, si è accorciata nelle Alpi. O comunque ha mutazioni di condizioni più frequenti”.
Domanda quasi tecnica: come si gestisce la questione l’alimentazione? “Calorie elevate ma gestibili: a quelle quote il consumo può superare le 4.000–6.000 kcal al giorno. Non sempre riesco a raggiungerle, ma bisogna puntare a non andare troppo in deficit. Cibi digeribili: la quota rallenta la digestione. Meglio evitare grassi pesanti e piatti troppo elaborati. Idratazione costante: bere molto (3–5 litri al giorno), perché la disidratazione è uno dei problemi principali in quota. L’acqua spesso deriva da neve sciolta e bisogna integrare con sali minerali. Parte noiosa e lunga con fornelletto da campo. Frazionare i pasti: meglio tanti piccoli spuntini durante la salita piuttosto che due pasti enormi”.
Quali sono, se ci sono i tuoi trucchi da spedizione estrema? “Ti rispondo con quelli elaborati in un ventennio di attività: scegliere cibi “coccola”: anche solo un pezzo di salame o un cioccolatino possono cambiare l’umore del team. Peso e volume: ogni caloria deve “valere” il trasporto. Meglio alimenti calorici e compatti. Gestione del freddo: evitare che gli snack si congelino (tenerli nelle tasche interne). Routine semplice: meno varianti = meno stress. In quota anche cucinare diventa faticoso”.
L’appetito vien mangiando, si dice proprio così, anche l’estrema sfida, aggiungiamo noi, la più bella e la prossima. Primo e secondo insieme. E noi stiamo già aspettando che Fede Colli ce la racconti ancora. Saziandoci.
