Una #mobilitanuova rende liberi

Una #mobilitanuova rende liberi

rete-mobilita-nuova stampa COL PKGli ideatori di #salvaiciclisti ci riprovano, sulla scia del successo dell’iniziativa che, partita dal web, è riuscita in poco più di un anno a muovere coscienze e istituzioni. Adesso l’obiettivo è quello di allargare l’azione e non porsi più il problema (solo) della bici (e degli spazi per utilizzarla), ma di pensare una nuova mobilità.
La Mobilità Nuova – si legge nel manifesto sul sito www.mobilitanuova.it – è un paradigma di gestione dei flussi che ridefinisce i criteri di efficienza e le priorità, assegnando un peso maggiore a indicatori come la sicurezza, la salute delle persone, la vivibilità delle strade, l’equità sociale, la salvaguardia del territorio”.
In sostanza l’iniziativa, che vivrà il culmine il 4 maggio a Milano con una manifestazione che vuole mettere insieme “pedali, pedoni e pendolari” (le 3 P di questa nuova avventura) per una critical mass della mobilità, ha lo scopo di ripensare gli investimenti destinati alla mobilità.  Legambiente ci dice che lo Stato destina il 75% delle risorse pubbliche al soddisfacimento della domanda di mobilità del 2,8% delle persone e delle merci, ovvero la quota degli spostamenti quotidiani superiori ai 50 km. A partire dal giorno successivo alla manifestazione del 4 maggio, obiettivo della Rete per la Mobilità Nuova (su twitter #mobilitanuova) sarà la raccolta di un milione di firme per modificare l’allocazione delle risorse pubbliche destinate alla mobilità attraverso una legge di iniziativa popolare.
Si investe negli spostamenti su gomma perché i nostri amministratori non hanno la fantasia di pensare a spostamenti alternativi e perché l’industria dell’auto è strategica in qualsiasi economia occidentale. Tralascio considerazioni sul folle sistema di crescita e sulla possibilità di una decrescita controllata (e felice), che Andrea Masullo affronta quotidianamente con maggiore competenza su un blog di rinnovabili.it, per osservare che identificare industria dell’auto con settore strategico è un dato di fatto ma anche una condanna. Altri comparti, per restare alla mobilità, potrebbero sostituire quello dell’auto o, soprattutto, della dipendenza dal petrolio.
Il vero nodo della questione, a mio avviso, è quello evidenziato in un mio post in sport jam, sull’art. 2 del codice della strada. Noi (e i nostri governanti, che sono l’espressione esatta del nostro essere più intimo) non siamo in grado di immaginare un modo diverso di spostarci se non tramite le strade. Disegnate e pensate solo per auto. Una società che riconosce la possibilità di spostarsi liberamente solo ai possessori di auto non è una società libera e per questo meno evoluta, anche se con la piena occupazione (almeno fosse, ma non ci siamo neanche vicini!).
Favorire una nuova mobilità, quindi, serve a vivere meglio e ad esercitare più consapevolmente i propri diritti.
AU

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