Ci sono le corse senza Wout van Aert e ci sono quelle con Wout van Aert. Un campione così è sempre meglio averlo dalla propria parte e, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Va così anche oggi e lo sa bene Simon Yates che al Sestriere praticamente vince il Giro d’Italia numero 108. Il fiammingo c’era. C’era e lascia il segno in una delle tappe più belle, quella del Colle delle Finestre, entrando nella fuga che serviva a ribaltare la classifica e a far saltare il banco. Missione compiuta. Yates, dopo aver salutato Isaac del Toro e Richard Carapaz, se lo ritrova in cima alla montagna dove erano accampati gli “Apache” in questa sfida tra cowboy che si giocavano la maglia rosa. Ed è bello trovarlo lì’, uno degli incontri più felici della sua vita perchè poi è un dolce pedalare verso un miraggio rosa che, chilometro dopo chilometro diventa sorrisi e lacrime. Diventa realtà.
Per il trentaduenne inglese di Bury, un paese nella contea di Manchester, è l’incubo che si trasforma in sogno, sette anni dopo quella crisi che lo vide naufragare sugli sterrati piemontesi a più di 40 minuti da Chris Froome. Ma oggi è tutta un’altra storia. Tutta un’altra corsa, scritta con la collaborazione di un Van Aert, infinito campione e infinito gregario, perchè la differenza i grandi la sanno fare così, capiscono al volo quali sono le tappe in cui si fanno le imprese: “Sono felice quando si vince rischiando tutto – spiega il campione fiammingo ai microfoni Rai -. Oggi Simon ha avuto il coraggio di rischiare tutto. Avevamo studiato la tattica, sapevamo cosa fare. Ma un conto è studiare, un altro è fare…”.
Già, studiare e fare. C’è differenza. Ci sono in mezzo salite, discese, soprattutto falsopiani che portano verso i traguardo. Che possono diventare discese ardite quando davanti hai uno come il fiammingo o asperità insormontabili quando ti ritrovi da solo oppure con un avversario che non ne vuole sapere di darti una mano. E lì avere davanti uno come Van Aert la differenza la fa, si capisce che c’è differenza quando in squadra e in corsa c’è uno come il fiammingo e quando non c’è. C’era Van Aert al Giro ed è stato bello che ci fosse nonostante tutto. Nonostante la fatica dei primi giorni, la forma che non c’era, le volate con Mads Pedersen perse di un soffio, quelle in cui ci ha provato e poi si è rialzato a duecento metri. Ma c’era e la vittoria in piazza del campo a Siena vale il prezzo del biglietto.
Perché Wout van Aert non è solo un campione. E’ l’eroe romantico che ogni tifoso sogna di veder correre, combattere, vincere ma anche perdere nella migliore delle sfide possibili sempre in bilico tra la grande impresa e dramma, tra gioia e disperazione, tra estasi e tormento nel racconto di un ciclismo generoso, leale, dei buoni sentimenti che il fiammingo in tutti questi anni si è cucito addosso. Van Aert in corsa aggiunge, infiamma, perchè comunque sai che ci prova e che può fare quella differenza che per uno strano volere del destino magari non poi fa. In corsa è importante che ci sia perchè quando c’è sai sempre che può accadere qualcosa, anche se poi qualcosa spesso capita a lui e non sempre di buono, perchè fora, sbanda, cade… Ma se non succede dove lo trovi uno che vince allo sprint sui Campi Elisi e poi stacca tutti sul Mont Ventoux? Dove lo trovi uno che in questo Giro, dopo aver vinto la tappa che voleva, avrebbe potuto tranquillamente ritirarsi e invece se ne va sul Colle delle Finestre in fuga ad aspettare il suo compagno Simon per fargli vincere il Giro?
E allora si spiega perchè ogni sua vittoria, ogni sua sconfitta, ogni sua azione venga poi riproposta all’infinito da tv, siti, blog e post sui social. Perché il suo pedalare non è mai banale, perchè è difficile inquadrarlo, perchè in ogni momento ti può sorprendere. Il suo testa a testa con Isaac del Toro sulla rampa di Santa Caterina prima di piazza del Campo è già l’immagine iconica di una vittoria che resterà nel tempo, che ricorderemo, che diventerà ciò che per il calcio è stata Italia Germania 4 a 3. E allora si capisce perchè il suo attendere Simon Yates sul Colle delle finestre non è solo un “compito” studiato a tavolino ed eseguito alla perfezione, non è solo l’aiuto ad un compagno di squadra e probabilmente ad un amico. E’ il gesto di un campione che sapeva perfettamente che oggi per scrivere la storia di questo Giro doveva farsi trovare lì. E lui c’era…

