Cultura sportivaVenere e Marte, gli dei degli scacchi nella pittura iconografica

Venere e Marte, gli dei degli scacchi nella pittura iconografica

Sono numerosi i pittori del Cinquecento e del Seicento che hanno dipinto soggetti a tema scacchistico, spesso utilizzando il tema amoroso con protagonisti Marte e Venere.

Sono numerosi i pittori del Cinquecento e del Seicento che hanno dipinto soggetti a tema scacchistico, spesso utilizzando il tema amoroso con protagonisti Marte e Venere. Di solito questi artisti sapevano anche giocare, con qualche rara eccezione.

Oggi parleremo di due quadri abbastanza famosi, opera di Giulio Campi e di Alessandro Varotari, ma prima va notato che in molti casi la scacchiera, pur rappresentando una posizione possibile, è posta in modo errato, cioè con la casa in basso a destra del giocatore (h1 e a8) nera invece che bianca: un errore che accade anche oggi, in molte pubblicità e in molti film, quando la materia è trattata da chi non è scacchista o da chi non ritiene opportuno consultare un esperto.

Questo errore si verifica per esempio anche nel quadro a tema scacchistico della più famosa Sofonisba Anguissola, che pure era brava giocatrice e che nel 1555 dipinse “Partita a scacchi” raffigurando le sorelle Lucia, Minerva ed Europa impegnate appunto in una partita sotto lo sguardo della anziana governante.

Ma veniamo a Giulio Campi (1502-1572), pittore e architetto cremonese, anche lui comunque giocatore. L’opera di maggiore impegno di Giulio Campi, in cui si espresse come non solo come architetto e pittore ma anche come scultore, fu la ricostruzione della chiesa delle sante Margherita e Pelagia nel 1547 su incarico di Marco Gerolamo Vida, che allora ne era il priore e che pure era scacchista ed era anche autore di un celebre poema ‘Scacchia Ludus’.

Fu questo poema basato sul tema della partita a scacchi e il rapporto personale con Vida ad influenzare Campi e a spingerlo a dipingere in quadro dal titolo “Giocatori di scacchi”.

Per inciso ricordiamo che nel 1963, quando il quadro si trovava ancora nella collezione genovese Nigro, fu attribuito a Sofonisba Anguissola dallo storico dell’arte Roberto Longhi, che però nello stesso tempo mise in evidenza certe affinità con Allegoria, dipinto proprio di Giulio Campi, al quale successivamente la critica attribuì formalmente il dipinto.

Come abbiamo detto, il gioco degli scacchi era spesso presente nella iconografia, ma nel dipinto di Campi la scena è complessa, per la presenza di altre figure che appaiono spettatori (o complici) della tenzone. In realtà nell’opera di Campi la scacchiera, solamente in piccola parte visibile e con pochi pezzi che nulla dicono sullo svolgimento del gioco, è solo un pretesto.

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La donna è una immagine di Venere, vittoriosa sull’uomo (che riuscirà a sedurre). Marte è rappresentato di spalle, celato dall’armatura,

E’ stato notato che agganciato a una catenella che pende dal cinturino che le sostiene il seno, la donna-Venere porta uno zibellino, un curioso accessorio di moda femminile cinquecentesco. La pelliccia di un animale di piccole dimensioni è poggiata sulle sue spalle. Lo zibellino, simbolo di fertilità, era riservato alle donne sposate.

E veniamo ora ad Alessandro Varotari, o Varotan, detto il Padovanino (Padova 1588- Venezia 1649) che tra il 1630 e il 1640 dipinse il quadro intitolato ‘Marte e Venere giocano a scacchi’.

Per descriverlo sintetizziamo un commento della critica d’arte Giulia Masone: “Il dipinto mostra un’iconografia insolita della rappresentazione del mito di Marte e Venere sorpresi da Vulcano; il gioco di amore e di seduzione, da parte della dea, si attua attraverso la simbologia del gioco degli scacchi, oltre ai consueti elementi.

I due amanti sono impegnati in una partita a scacchi, la dea è nuda, con i gioielli di perle e i bracciali d’oro, seduta sugli abiti che si è appena tolta per conquistare e attrarre il suo amante.

Non è possibile, attraverso l’immagine, capire come si stia svolgendo il movimento degli scacchi fra i due e chi stia compiendo la mossa vincitrice, ma tutto fa capire che sarà Venere, trionfatrice sul dio della guerra, sia nel gioco reale, sia nell’amore, come tramandato dalle fonti letterarie di Lucrezio e Ovidio e ripreso, con molto interesse, nel Rinascimento, soprattutto a Firenze, nella filosofia di Marsilio Ficino.

Il pittore sembra aver voluto cogliere, in questa tela, il momento in cui scaturisce l’amore fra le due divinità, facendo un evidente riferimento alla storia di altri amanti della letteratura, quali Tristano ed Isotta. In questo dipinto non è presente, però, l’aspetto drammatico di una storia infelice, ma prevale la componente di un amore cortese, che conquista il cuore di Marte: il dio, mai vinto in guerra, sta, invece, per cedere all’amore.

La scena è ambientata nell’interno del palazzo lussuoso che Vulcano aveva preparato per le sue nozze con Venere. Sullo fondo si vede Vulcano che piuttosto irato sta entrando nella stanza con il letto, ormai profanato, su cui si trovano i due amanti.

Il dio tradito è raffigurato piegato in avanti, con il volto incattivito e la bocca tesa in un ghigno, che lo fa rassomigliare ad un satiro, gli occhi stretti per la rabbia, il corpo in ombra di chi avanza di soppiatto, per cercare di non farsi scorgere, in un’immagine che accentua la diversità fra il suo volto e quello bello e sereno di Marte.”

Marte e Venere come scacchisti ispirarono non solo i pittori ma anche i letterati. Per esempio i valenziani Francesch de Castellvi, Narcis Vinyoles e Bernat Fenollar che composero “Scachs d’Amor”, un poema che rappresenta allegoricamente con una partita a scacchi proprio  l’amore tra Marte e Venere. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

Adolivio Capece

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