CiclismoVuelta 2026: il ritiro e il Mondiale a rischio, valeva la pena?

Vuelta 2026: il ritiro e il Mondiale a rischio, valeva la pena?

Il ritiro dell'ottava tappa arriva dopo una settimana in cui lo sloveno ha corso contro il piano che si era dato

@Vuelta

Tadej Pogacar ha lasciato la Vuelta a España a 33 chilometri da Xeraco, con la maglia rossa addosso e quattro minuti di vantaggio in classifica. È caduto poco dopo lo sprint intermedio di Simat de la Valldigna, trascinando a terra Ben Tulett e Magnus Cort Nielsen. Ha ripreso la bicicletta, ha provato a risalire, si è fermato. La spalla sinistra e un taglio sopra il sopracciglio lo hanno spedito in ambulanza. La corsa passa a Enric Mas, primo spagnolo in rossa dopo Jesús Herrada nel 2018. Da verificare nelle prossime ore le condizioni, ma le immagini che si sono viste in tv non lasciano sperare nulla di buono. Con la Vuelta andata, rischiano anche Mondiale, Europei (in casa sua) e Lombardia. Un brutto finale di stagione per il dominatore del ciclismo moderno e a questo punto iniziano i dubbi. In particolare uno: valeva la pena?

Per lo sloveno è il primo abbandono in una corsa a tappe. Nessun leader della Vuelta si ritirava dal 2010, quando Igor Anton cadde salendo verso Peña Cabarga. La dinamica resta da chiarire: le agenzie parlano di una borraccia a terra, altre fonti di una pietra sull’asfalto. Chiamarla sfortuna è corretto ma in molti si sono accorti che la caduta arriva alla fine di sette giorni che avevano in qualche modo mandato dei segnali.

Alla vigilia di Monaco, Pogacar aveva descritto con precisione come intendeva correre. Doveva valutare la forma nelle prime tappe, tenendo a mente Mondiali, Europei e Lombardia. Non doveva arrivare in fondo alla Vuelta distrutto, ma correre con intelligenza. Aveva anche riconosciuto che fra Parigi e il Principato il tempo era stato poco. Un mese prima, appena vinto il quinto Tour, la risposta era stata più netta: “Se dovessi partire domani, direi proprio che non la farei. Però ci sono due settimane per decidere, vediamo”. Alla fine ha deciso di partecipare, ma con le indicazioni di cui sopra.

Sette giorni nella direzione opposta

Tre vittorie in sette tappe. Attacchi anche quando il margine sugli inseguitori rendeva superfluo qualsiasi guadagno. E, alla sesta tappa, l’episodio che oggi si rilegge in un’altra luce: sulla discesa del Puerto El Bartolo, appena ripreso da Mas in vetta, Pogacar ha rilanciato lungo una strada stretta, ha sbagliato la traiettoria in curva, è finito sull’erba a velocità piena. È rimasto in piedi per poco. Mas ha raccontato di averlo avvertito che stava arrivando un tornante stretto.

Ci siamo chiesti, qui a Sport24h, i motivi di queste fughe ripetute. Ci siamo risposti che (forse) voleva battere il record di Maertens. Adesso invece ci sembrano fughe dalla dinamiche del gruppo: andare davanti semplifica la giornata, toglie il lavoro di posizionamento, riduce il numero di decisioni. Sette giorni così si possono reggere. L’ottava tappa era piatta, il finale in volata, e quella scorciatoia lì non esisteva. Pogacar è rimasto in mezzo al gruppo, nel punto e nel momento in cui il gruppo costa più attenzione.

Nel 2025, allo stesso punto di stagione, aveva rinunciato alla Vuelta dicendo che il corpo gli chiedeva riposo. Quell’anno aveva sfiorato l’esaurimento agonistico e convissuto con un problema al ginocchio. Dodici mesi dopo ha scelto il contrario, e la variabile che ha cambiato la decisione ha un nome: la Tripla Corona, l’unica voce che manca al suo palmarès.

Le gambe c’erano, e i distacchi lo dicono. Quello che si era consumato è la disponibilità a fare per tre settimane le cose che non danno gloria. Forse, ma lo avanziamo come dubbio, la vera stanchezza per il Marziano è stata di testa. La noia.

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