Lo showtime, ovvero il carattere distintivo della rivoluzione tecnica e culturale del basket americano introdotta dai Los Angeles Lakers all’inizio degli anni ’80, e raccontata nella serie Winning Time, l’ascesa della dinastia dei Lakers, ha avuto sicuramente un immaginifico ideatore (Jerry Buss), ma dal punto di vista tecnico diversi genitori. Questa è la storia dei tecnici e dirigenti che hanno cambiato il modo di giocare la pallacanestro nella lega.. e nel mondo.
La serie è ispirata a un libro, del 2014, scritto dal giornalista Jeff Pearlman. Lo stesso Pearlman, parlando di Jack McKinney, usa queste parole: “Sono andato a trovare il più grande allenatore della NBA che 999 appassionati su 1000 non sanno neanche chi sia…”.
Basterebbe questo per descrivere il coach interpretato nella serie da Tracy Letts e di cui la guardia Norn Nixon ebbe a dire: “E’ stato lui l’inventore del showtime, questo non dovrebbe mai essere dimenticato!”. McKinney non ha avuto una carriera fortunata. Dopo diverse esperienze nelle categorie minori, arriva in NBA come assistent a Milwaukee e poi Portland. Vince l’anello con i Trail Blazers (coach Ramsay) nel 1976-77. Lo stesso Ramsay lo indica come l’architetto del sistema offensivo. Buss, appena acquistati i Lakers e alla ricerca di un gioco che rappresentasse la filosofia dello ‘spettacolo a tutti i costi’, lo chiama ai Lakers.
E’ lui l’artefice della soluzione Magic-Nixon, asse difensivo e offensivo in grado di rivitalizzare uno Jabbar che appariva ormai sul viale del tramonto. A 44 anni McKinney ha finalmente la possibilità di mostrare le sue idee, fatte di dinamicità e innovazione. La stagione comincia nel migliore dei modi: 9 vittorie e 4 sconfitte lasciano intravedere grandi potenzialità. Il pubblico si entusiasma per lo spettacolo in campo. L’8 novembre del 1979 è il primo giorno di riposo della stagione. Il suo secondo, Paul Westhead, lo chiama alle 9,30 di mattina e gli propone una partita a tennis. Jack accetta e quando si reca in garage per prendere l’auto vede che questa è stata presa dalla moglie. Resta la bici del figlio John. La inforca senza pensarci.
Al campo da tennis non arriverà mai. Vittima di un incidente stradale, resta in coma per tre giorni. Poi il lento e (mai) completo recupero.
A Jeff Pearlman, che lo va ad intervistare per il suo libro, nel 2014, risponde con mezze parole e poca lucidità. Non riacquisterà mai più la prontezza di riflessi e di ricordi proprie della sua (breve) e fortunata stagione da coach. Nel tempo della convalescenza la direzione dei Lakers passa al suo secondo, Westhead, che chiama in aiuto Pat Riley. McKinney viene licenziato a pochi giorni dai play off.
Torna ad allenare, assunto dagli Indiana Pacers, per volere di Jerry Buss, devastato dai sensi di colpa. Eppure, nonostante sia nominato allenatore dell’anno nel 1980-81, non è più lo stesso. Pearlman racconta nel suo libro che i giocatori dei Pacers fanno qualcosa senza precedenti nella storia della lega: scrivono i loro nomi con un pennarello nero lungo la parte anteriore dei pantaloncini, in modo che il loro allenatore non si possa confondere.
Qualche anno dopo, in una partita durante il suo ultimo periodo di allenatore, con Kansas City, diversi giocatori dei Kings dichiarano ai media che, durante un timeout, McKinney ha chiamato un gioco affermando: “proprio come abbiamo fatto contro il St. John’s“, un riferimento al periodo in cui allenava, nei primi anni, al college. Dopo queste esperienze Jack lascia la lega e si dedica alla vendita di articoli sportivi. Muore nel 2018.
Se McKinney è il tecnico che non ha goduto della gloria che avrebbe meritato, Pat Riley invece è il tecnico che scrive (meritatamente oppure no?) pagine indimenticabili. Per farlo, però, deve attendere che Paul Westhead, assistent coach di McKinney improvvisamente catapultato alla guida della squadra, passi la mano.
Accade all’inizio del terzo anno alla guida dei Lakers, l’anno dopo la sconfitta in semifinale contro Huston. La squadra ha finito la stagione precedente male e l’inizio non è dei migliori. Westhead e Magic hanno visioni diverse sul da farsi. L’allenatore vuole continuare a battere la strada solita e sicura di un attacco in stile isolamento, incentrato su Jabbar, mentre Johnson chiede di portare alle estreme conseguenze la lezione di McKinney, con attacchi in contropiede che coinvolgesse tutti e cinque i giocatori. Jerry Buss sposta la bilancia a favore del giocatore.
Lo scettro passa quindi nelle mani di Pat Riley, che guida i Lakers a 4 successi (1982, ’85, ’87 e ’88) per poi navigare verso altri lidi. Tornerà a vincere con gli Heat nel 2006. Chiuderà la carriera con un record complessivo di 1.210 vittorie e 694 sconfitte (171-111 nei playoff). E’ lui che sistema difensivamente una squadra che invece da punto di vista offensivo segue l’impostazione data da McKinney. Entrato nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel 2008, Riley è stato considerato da molti come il quarto miglior coach nella storia della Lega, alla spalle di Phil Jackson, Arnold Auerbac e Gregg Popovich.
Dietro tutto questo c’è sempre un dirigente che è forse l’unico vero elemento di continuità nella storia dei Lakers, ovvero Jerry West (nella serie interpretato da Jason Clarke). Di West si è scritto tanto. Nella serie tv si racconta, anche con un pizzico di ironia, la sua storia: ha iniziato a giocare nel Lakers nel 1960, ha vinto un titolo nel 1972 ed anche un oro olimpico a Roma nel 1960. E’ stato, unico giocatore nella storia della lega, MVP delle finali del 1969, pur avendole perse.
Quando smette di giocare allena i Lakers dal 1976 al 1979. Lascia la panchina con l’avvento di Jerry Buss, ma resta nella squadra, diventando general manager nel 1982. Da dirigente vince quei titoli che aveva sfiorato tante volte da giocatore: 1982, 1985, 1987, 1988, 2000, 2001, 2002. Da wikipedia: “Nel 2002 i Memphis Grizzlies lo assunsero in qualità di direttore generale. West ricostruì quello che era uno dei peggiori team della NBA. Nel 2004 i Grizzlies toccarono le 50 vittorie per la prima volta nella loro storia e West fu nominato NBA Executive of the Year per la seconda volta”. La prima volta il riconoscimento l’aveva ottenuto nel 1995. E’ lui la vera anima dei Lakers.
E a proposito di ‘anime’ l’ultimo capitolo di questa saga lo dedichiamo ad un giocatore fondamentale per la lega e la storia dei diritti civili, Spencer Haywood (qui per continuare)

