
C’è chi ieri, quando Wout van Aert è passato in testa nella Foresta di Arenberg, ha incrociato le dita. Poi le ha tenute incrociate anche sul Carrefour de l’arbre a Canphin en Pevel fino a quando con Tadej Pogacar è entrato nel Velodrome per giocarsi la gloria. In quei secondi, in quei due giri, in tanti hanno trattenuto il respiro: in Belgio i tifosi di calcio negli stadi si sono alzati in piedi con gli occhi fissi sui maxischermi, nei pub chi stava seguendo la corsa in tv ha appoggiato sui banconi le pinte di birra e nelle case padri, madri, nonni, figli e nipoti sono rimasti immobili sui divanetti, sulle sedie, appoggiati alle credenze. Due giri, uno sprint, un dito che si alza verso il cielo per ricordare Michael Goolaerts, che sulle pietre è morto otto anni fa durante la sua prima Parigi-Roubaix… E poi il boato, gli abbracci, le lacrime. Perché chi aveva tenuto le dita incrociate poi ha pianto per la vittoria di Wout van Aert nel Velodrome. Una gioia infinita, sincera, contagiosa, che ha coinvolto tutti, che racconta un altro ciclismo che non è quello sempre perfetto, calcolato e vincente a cui ci stiamo abituando, non è mai scontato, nel bene e nel male. E’ un ciclismo impefetto scrittto da un campione formidabile, allo stesso tempo fragile e tenace, con lampi di classe pura, con i suoi difetti, con le sue cadute, con le sue debolezze, le sue sfortune…Che è poi un ciclismo che ti fa innamorare, che scrive la storia per sè e per gli altri che qui inseguivano il sogno dei sogni: vincere in un anno tutte le monumento.
Per raccontare la vittoria a Roubaix di Wout van Aert bisogna fare un passo indietro di qualche anno. Bisogna uscire dal Velodrome e tornare a casa sua, nelle Fiandre. Il 27 marzo di due anni fa, nella Dwars door van Vlaanderen cade, si frattura una clavicola, diverse costole, lo sterno e dice addio alla stagione delle classiche e non solo a quella. Passa un anno e il fiammingo sta ancora correndo “Attraverso le Fiandre” diretto al traguardo di Waregem e a una cinquantina di km dall’arrivo la Visma accelera e va in fuga con tre uomini: a Wout Van Aert, Tiesj Benoot e Matteo Jorgenson si attacca lo statunitense Neilson Powless dell Ef Educational Easy Post che viene portato in carrozza al traguardo dai “calabroni” convinti di farne un sol boccone. E invece vince lui.
Una resa per Van Aert che sconquassa il ciclismo belga (e non solo belga) perchè non sembra solo una sconfitta. Il timore è che sia purtroppo qualcosa di più, sia una “batosta” che possa lasciare un segno profondo nell’anima più che nelle gambe e sia l’inizio di una parabola discendente che lo porti irrimediabilmente lontano da avversari con cui ha sempre lottato come Van der Poel, Pogacar, Pedersen. Ma il belga ha sette vite. Da lì riparte. Ricomincia e riprende anche a fare i conti gli Dei del ciclismo che non sempre stanno dalla sua parte. Cade ancora (alla Vuelta) si rialza come sempre e si rimette a pedalare con tutta la tenacia di cui è capace, fa vincere un Giro a Simon Yates trascinandolo giù dal Colle delle Finestre come meglio non potrebbe fare il miglior gregario della storia e guarda avanti perchè, come si dice in questi casi non è finita finche non è finita. E torna la Dwars doors van Vlanderen di quest’anno dove è Filippo Ganna, con un numero d’alta scuola, a minare tutte le certezza di un fuoriclasse che non riesce più a ritrovarsi. Sempre sconfitto, sempre secondo, sempre generoso ma non più vincente…Gli anni passano, i campioni anche. E’ la legge dello sport e si fa presto a tirar di conto. Ma Wout van Aert non ha solo la stoffa. Van Aert ci mette altro del suo, è diverso e basta guardarlo negli occhi per cogliere, in quel velo di malinconia che ogni tanto gli attraversa lo sguardo, che dietro al ciclista, al personaggio c’è un uomo fatto, un marito, un padre. Un uomo fragile ma anche tanto tenace che ha un conto i sospeso con la sua storia.
E allora eccoci a Compiegne. Domenica è il giorno in cuiVan Aert fa pace col suo destino. E’ sicuramente era scritto da qualche parte che sarebbe dovuta andare così. C’è sempre un luogo, un momento, un giorno preciso in cui gli astri si allineano. Erano otto anni che il fiammingo provava ad esorcizzare quelle pietre che restano il terreno perfetto per scrivere una pagina di ciclismo eterno. Vale per tutti . Ma vale soprattutto per lui. E alllora vince la Roubaix e scrive una storia a sè. Perchè lui non è solo un campione di ciclismo. E’ l’eroe romantico che ogni tifoso sogna di veder correre, combattere, vincere ma anche perdere nella migliore delle sfide possibili sempre in bilico tra la grande impresa e dramma, tra gioia e disperazione, tra estasi e tormento. C’è un ciclismo con Wout van Aert e ce n’è un altro senza e non sono la stessa cosa. Perchè è il ciclismo generoso, leale, dei buoni sentimenti che il fiammingo in tutti questi anni si è cucito addosso. Van Aert in corsa aggiunge, infiamma, perchè comunque sai che ci prova e che può fare quella differenza che per uno strano volere del destino magari poi non fa. In corsa è importante che ci sia perchè quando c’è sai sempre che può accadere qualcosa, anche se poi qualcosa spesso capita a lui e non sempre di buono, perchè fora, sbanda, cade… Lui non vince (o perde) corse normali ma solo quelle che ti restano dentro. E il ciclismo (tutto) ringrazia. Ringrazia perchè uno come Van Aert farebbe comodo a tutti, farebbe comodo a tutti gli altri sport. Quasi fosse la “pietra filosofale” capace di trasmutare in oro anche i metalli vili. Pure le pietre…


