TennisZverev, l’Amleto del tennis tra luci e ombre

Zverev, l’Amleto del tennis tra luci e ombre

Zverev
L’urlo di Zverev (@Atp/X)

“Sascha sarebbe un bel ragazzo, se sorridesse di più”, mormora una spettatrice guardando la finale del Roland Garros tra il tedesco e Flavio Cobolli. Anche la vittoria, attesa per sei anni, da quando perse la prima finale in uno Slam, non riesce a regalare il sorriso pieno al ragazzo di Amburgo. Lacrime, quelle sì, e un velo di malinconia. Sorridere, anzi ridere, però, nel caso di Zverev non se ne parla.

Il ventinovenne tedesco è così, l’Amleto del tennis. Divorato sempre da qualcosa che non va che lo rende anche poco empatico e poco amato da una parte del pubblico. Soprattutto quello femminile, che non gli perdona le accuse passate di maltrattamenti mosse dalle sue ex compagne. Storie chiuse senza condanna e senza una verità giudiziaria definitiva, ma mai davvero archiviate nell’immaginario collettivo. Lo accompagnano come massima espressione di un carattere inquieto, incapace di trovare pace anche adesso che ha finalmente coronato il sogno.

Nelle dichiarazioni rilasciate nei giorni successivi ad ATPTour.com aleggia lo stesso velo di incertezza. Non è facile credere fino in fondo che, come lui stesso ha dichiarato, non si fosse reso conto di aver vinto dopo l’ultimo punto: “È stato sollievo, gioia, tutto insieme. Non mi sono reso conto di aver vinto la partita finché non ho visto il mio box saltare e festeggiare”. Poi aggiunge: “Nella tua mente pensi: devo continuare a giocare. Poi ho visto mio padre alzare le braccia in aria. È lì che mi ha colpito: ok, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo raggiunto l’obiettivo. Siamo campioni Slam”.

Ancora più emblematico l’episodio dell’Équipe, il massimo organo di stampa in materia di sport a livello mondiale, e anche il giornale deputato a glorificare il vincitore dello Slam francese. Invece, per la prima volta in oltre vent’anni, come ricorda anche la Gazzetta dello Sport, il quotidiano non dedica la pagina di apertura al nuovo campione del Roland Garros. La prima pagina va al Metz femminile di pallamano, campione d’Europa. Zverev resta in un riquadro laterale, quasi un promemoria: “Zverev, enfin majeur”. Finalmente grande, finalmente adulto, finalmente campione.

È una scelta editoriale forte, quasi una presa di distanza. L’Équipe la accompagna con un titolo che dice molto: il trionfo di Zverev al Roland Garros non cancella le accuse di violenza domestica. Zverev, che pure ha vinto il Roland Garros dopo anni di cadute, finali perse, infortuni e fantasmi, sembra non riuscire mai a liberarsi del personaggio che lo precede. L’intervista con L’Équipe diventa così il secondo atto della finale. Non più Cobolli dall’altra parte della rete, ma Quentin Moynet, il giornalista che decide di non limitarsi al repertorio del campione: l’emozione, la famiglia, il diabete, il padre, Nadal, il destino. All’inizio il tono è quello consueto. Zverev racconta di aver dormito mezz’ora, di essere andato al ristorante, di aver festeggiato con il suo clan.

Poi l’intervista cambia tono. L’Équipe gli ricorda quanto accaduto all’Australian Open, quando una spettatrice gridò durante la premiazione: “L’Australia crede a Olya e Brenda”. Gli chiede se avesse temuto che una scena simile potesse ripetersi a Parigi. Zverev risponde secco: “No”. Gli viene chiesto se abbia sentito il sostegno del pubblico francese. “Sì, credo che il pubblico volesse che vincessi”, replica. Il nodo arriva subito dopo. Il giornalista gli dice che, nei giorni del torneo, in sala stampa si era discusso molto di come trattare un suo possibile trionfo alla luce delle accuse di violenza domestica emerse negli anni precedenti. Zverev lo interrompe. “Aspetti, prima di tutto non è questo tipo di intervista. E poi sa che è stato provato che le accuse erano false?”. L’intervisatore insiste, provando a riportare la domanda sul punto giornalistico: è ingiusto che i media continuino a parlarne? Interviene l’agente. Zverev si irrigidisce ancora: “È la seconda volta che mi fa una domanda su questo”.

Quando gli viene ricordato che L’Équipe non gli ha dedicato la piena prima pagina, lui risponde: “Non è una mia decisione. Ho fatto tutto quello che potevo e la mia innocenza è stata dimostrata”. Poi arriva una domanda neutra, quasi di decompressione, sul programma delle settimane successive. Il campione del Roland Garros sospira e chiude tutto: “Non lo so. Penso che dovremmo fermarci, è meglio”.

L’Amleto del tennis nel giorno in cui dovrebbe prendersi la scena, la lascia a metà. Abbiamo l’impressione che Zverev ha vinto il Roland Garros, spezzando la maledizione delle finali, ma non ha vinto la partita più difficile: quella con la propria immagine.

LEGGI ANCHE

Jules Elysard
Jules Elysard
Nato in una cittadina semisconosciuta tra Mosca e San Pietroburgo (non chiedetemi perché, è una storia lunga), di padre francese e madre italiana, mi occupo di sport fin da piccolo. Amo guardare le cose da un punto di vista diverso, a volte anche problematico, ma mai dogmatico. Ho collaborato con diversi quotidiani.

Calendario sportivo 2026

Ultimi articoli

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui